Così la mente legge la sostanza delle cose

22 gennaio, 2013 alle 18:56
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Rosaria Matarese nasce napoletana, ma è artista intensamente mediterranea. Frequenta l’Accademia di Belle Arti di Napoli, accompagnata per mano dal suo papà Salvatore, che la incoraggia, la stimola, là dove il clima politico e sociale è particolare, quello degli anni Sessanta. E’ una donna, Rosaria, ma non lotta per la parità, si sente eguale nel suo essere artista. Guarda all’arte dei maestri non per imitare, ma per comprendere. Le sue prime esperienze mostrano un’attitudine d’assimilazione dell’informale, soprattutto nel modo di guardarlo; cercare con gli occhi senza scopo di distinzione, ma per vivere la sostanza del colore, delle forme e delle sensazioni che suscita e che si fa riconoscere senza indugio, con la mente, prima che con gli occhi.
E’ il 1963 e Rosaria lavora al “Sebastian o la fede”, un’intensità di materiali che si congiungono e creano quella che sarà la sua ricerca costante: una tensione espressiva verso una pitto-scultura capace di trascinare lo spettatore dentro una storia. E quelli sono anche gli anni in cui opera intorno alla rivista “Linea Sud”, esprimendo già quella forte personalità che la contraddistinguerà.[charme-gallery]
Al 1965 e al 1967 risalgono importanti opere come “La casa del gioco” e “La fabbrica delle illusioni”, che nello studio – non solo in termini concettuali, ma nella dinamica degli oggetti, immagini, fotografie, parole e senso dell’ironia – preannunciano le opere della maturità. Il primo importante traguardo viene, però, raggiunto negli anni ’80 con opere dalla tematica sessuale: ossessione, mercificazione, amore, vita. In un estetismo di luce rinascimentale: olii, chine bianche e seppia, disegni, fogli d’oro. I colori usati diventano metafora di un pensiero che si proietta verso un’intesa d’energie che non si dividono mai. Prova ne sono “Et foemina fuit” del 1984 e “Memorie fossili” del 1985. Con il suo spirito di aggressiva dissacrazione del concetto e delle forme d’arte comunemente accettate, Matarese lavora instancabilmente con un’irrequietezza culturale che la porta a sommare esperienze in maniera molto eterogenea: artista, insegnante, moglie, madre. Proietta la sua operatività artistica in un intenso intreccio di vita quotidiana per coglierla in tutte le sue drammatiche contraddizioni di violenza e dolore. L’artista raccoglie materiali, soprattutto legni abbandonati lungo le spiagge, per poi assemblarli in modo insolito (installazione per la mostra “Bois, cuivre, papiers”, 1998) e ricoprendoli in seguito con colori densi, brillanti, secondo il principio dadaista del montaggio. Sono straordinari i suoi “legni spiaggiati”, che fa rinascere dando ad essi nuova vita, lasciandoli alla memoria. E poi pietre, bronzo, ferro, tela, ma anche in frammenti di parole, testi, capace di rendere partecipe lo spettatore, coinvolgendolo e turbandolo.[charme-gallery]
A distanza di oltre quarant’anni, Rosaria Matarese, nella sua casa-studio a Bagnoli, non è lontana dal ricordo delle elementari, di quando cioè aiutava nel disegno i suoi compagni meno bravi. Nulla si è esaurito o sostituito, ma tutto si è susseguito, dalle ricerche concettuali ai temi dell’Eros, dalla serie “Sculture da indossare” ai “Mobili inutili”, dai temi drammatici a quelli di denuncia fino agli “Sberleffi” (’05). La vita, e tutto quello che essa comporta, è per lei sempre un punto di partenza per un nuovo percorso artistico.

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