Fantasmi d’amore nei vicoli di Partenope. Leggende senza fine.

Leggende di fantasmi e il fascino dell’occulto a Napoli. Miscela unica di sapore antico, la cui origine si perde nella notte dei secoli

17 gennaio, 2017 alle 14:20
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Figure sospese tra il mito e la storia: il munaciello, la bella ’mbriana, i miti di Virgilio. Fatti di Napoli, misteri tradotti in realtà. Episodi concreti, talora imbrattati di sangue e poi trasfigurati in leggende ancora vive tra i vicoli della bella Partenope. La città e il fascino dell’occulto, una miscela unica dal sapore antico, la cui origine si perde nella notte dei secoli. Quali e quanti storie hanno animato, nel corso dei secoli, le notti dei Napoletani? Quali e  quanti racconti sono stati tramandati di padre in figlio fino a giungere ai giorni nostri, praticamente intatti? Anche il Seicento, età dell’assolutismo, epoca d’oro del Barocco partenopeo ha saputo fornire materia prima alle pagine fascinose dei cantastorie di Megaride. Una innanzitutto. Forse la più famosa: quella di Maria d’Avalos, la giovane sposa del madrigalista Carlo Gesualdo massacrata a colpi di pugnale dai sicari del marito in una delle stanze di palazzo San Severo, la notte del 17 ottobre del 1590. Il suo fantasma, assicurano gli amanti delle cose antiche, aleggerebbe ancora oggi, più bello più che mai, avvolto in lunghe vesti discinte, col terrore dipinto in volto e i capelli scarmigliati, nella zona compresa tra l’obelisco di San Domenico Maggiore e l’antica dimora in cui la nobildonna fu trucidata insieme all’amante, il giovane Fabrizio Carafa.

 

palazzo-san-severo-a-piazza san domenico maggiore
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Maria non sembra trovare pace: la sua figura evanescente sembra quasi sussurrare un flebile lamento per l’amore perduto e l’orribile fine. Era stata scoperta in flagrante con il bel Fabrizio, in camera da letto, e per questo don Carlo, ferito nell’orgoglio e accecato dal dolore, ne aveva decretato l’orribile morte senza pensarci su due volte. Una, ma non la sola leggenda legata ai fatti della Napoli Barocca. Perché dall’altra parte della città, a Posillipo, c’è un’altra storia che ancora affascina e appassiona. E’ sempre l’amore a farla da protagonista, nel bene e nel male. La storia è quella di donn’Anna Carafa, moglie bellissima del viceré di Spagna Filippo Ramiro Guzman, contesa da nobili e personaggi illustri della capitale. Raccontano che l’avvenente posillipina fosse entrata in competizione con la nipote di origine spagnola Mercede de las Torre, colpevole di essersi innamorata del suo amante, don Gaetano di Casapesenna. Costui aveva preferito legarsi alla bella spagnola anziché alla prorompente napoletana scatenando, in questo modo, la folle gelosia della consorte del viceré. Poi donna Mercede sparì. Così, di punto in bianco. E di lei non si seppe più niente. Don Gaetano la cercò per mare e per terra, anche all’estero, ma invano. Afflitto e sconsolato, il nobile partì per la guerra e lì ci lasciò le penne. Il 7 maggio del 1644 anche Guzman levò i tacchi e se ne tornò in Spagna lasciando donn’Anna al suo triste e solitario destino.

palazzo-donnanna-a-posillipo
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Rimasta senza più né amore, né amanti, con il cuore inaridito e il morale a pezzi, la nobildonna di casa Carafa si ritirò a Portici e qui spirò, un anno più tardi. Il suo spettro, secondo la leggenda, si aggirerebbe ancora tra le stanze del palazzo di Posillipo anche se qualcuno è pronto a giurare che in realtà le presenze fantasmagoriche avvistate tra le stanze di quella dimora siano, in realtà, le anime in pena di donna Mercede e don Gaetano. E parlando di presenze occulte, non si può non menzionare il caso del monastero di Sant’Arcangelo a Baiano, una delle prime strutture religiose edificate a Napoli dagli Angioini in segno di devozione per la vittoria riportata sugli Svevi. Oggi la struttura è deserta e, si dice, infestata dagli spiriti. Ma non sempre fu così. La storia ci porta al 1540 quando un gruppo di novizie, sacrificate dai genitori, fu costretto a varcare la soglia dell’allora convento di Forcella. Erano in quattro e tutte avevano già provato il dolce frutto dell’amore: impossibile costringerle alla clausura. La repressione e la regola non erano fatte per loro. Agata Arcamone, la più bella e giovane tra le suore, insieme a Giulia Caracciolo e Livia Pignatelli, pensò bene di darsi da fare, intrecciando una tresca amorosa con alcuni nobili del luogo che in quegli anni frequentavano il complesso religioso di Forcella.

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Si parlò di orge, strani dispetti, rivalità, vendette e malignità consumate nell’oscurità delle celle monastiche. Le tre suore furono anche punite dal vescovo. Ma le voci sulle loro peripezie non si placarono. Poi i fatti presero una piega sconvolgente. Accadde quando alcuni dei giovani coinvolti nello scandalo a “luci rosse” furono trovati privi di vita, assassinati in maniera brutale. Anche due delle monache furono uccise: morirono avvelenate, insieme alla badessa. Neanche un’indagine interna riuscì a fare chiarezza sull’accaduto fino a quando, nel 1577, non si decise la chiusura del convento. E le monache superstiti? Svanite nel nulla. Disperse nella polvere dei secoli. Agata, fu detto, abbandonò di nascosto Napoli e di lei, da quel giorno, si perse ogni traccia. Sembra che sia suo lo spettro che ancora oggi si muoverebbe, con fare sinistro, tra i resti dell’antico monastero. Non è una storia di fantasmi, ma non per questo merita di rimanere nascosta la leggenda legata all’arco di Sant’Eligio, uno dei luoghi simbolo della città di Masaniello.

orologio-santeligio-napoli
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Anche in questo caso si tratta di un racconto che ha cominciato a prendere piede nel corso del Seicento, anche se i fatti narrati sembrano portarci alla prima metà del Cinquecento. Tutto è legato alle due teste scolpite nella cornice che si trova alla base dell’arco, proprio sotto lo storico orologio. Le teste, secondo la tradizione popolare, sarebbero quella di una giovane fanciulla di nome Irene Malarbi e quella del potente duca Antonello Caracciolo. Si narra che l’uomo, privo di scrupoli, innamoratosi della giovane vergine e vista l’impossibilità di poterla fare propria, fece condannare senza alcuna colpa il padre di lei, chiedendo in cambio della sua liberazione le grazie della fanciulla. A quanto pare Caracciolo riuscì nel suo intento, ma la famiglia della bella Irene non rimase con le mani in mano e si rivolse a Isabella d’Aragona, figlia del sovrano Ferdinando II, pur di ottenere giustizia. La richiesta diede i suoi frutti. Impietosita, la principessa condannò infatti, Caracciolo alla pena di morte per decapitazione, ma prima lo costrinse a sposare la giovane per poter riparare al torto subìto.

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