Borgo d’acqua e di boschi incantati

18 febbraio, 2015 alle 17:58
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Poeti e storici hanno parlato del Sele. Omero, Virgilio, Plinio e Strabone hanno decantato il fiume Silarus nei loro scritti. La sorgente del secondo corso d’acqua più lungo della Campania, dopo il fiume Volturno, sgorga da una contrafforte del Monte Cervialto, ai piedi dell’abitato che ne prende il nome: Caposele. Piccoli rivi. Polle spumeggianti che alimentano l’acquedotto più lungo del mondo noto come “Acquedotto Pugliese”, prima di sfociare, dopo una corsa lunga 64 chilometri, nel Golfo di Salerno. Qui ogni cosa sembra tinta di verde. La natura domina incontrastata in ogni angolo del paese, conservando intatta la sua identità. Caposele, città d’acqua e di boschi, con le sue pittoresche frazioni adagiate sui fianchi del Paflagone, le viuzze di pietra strette e sinuose, che si diramano in salita e in discesa dalle principali aree dell’antico castello di Balvano, è oggi conosciuta per la chiesa dedicata alla Mater Domini, che dà anche il nome ad uno dei borghi più caratteristici dell’abitato. Fu qui che Sant’Alfonso Maria dei Liguori venne in missione e aprì una casa religiosa. E fu in questa casa che nel 1732 San Gerardo, uno dei santi più venerati di tutto il Mezzogiorno, esalò l’ultimo respiro. Oggi le sue ossa riposano nella basilica a lui dedicata, chiuse in un’urna di cristallo al riparo di un bellissimo altorilievo in marmo, meta ogni anno di un flusso inarrestabile di pellegrini. Secondo la tradizione, Caposele fu fondata durante le guerre sannite, probabilmente da un manipolo di romani presente sui luoghi degli scontri. [charme-gallery]Una tesi, questa, in parte avvalorata dal ritrovamento di antiche tracce di mura sul Monte Oppido e di una lapide con iscrizione latina dedicata al dio Silvano, oggi al Museo Archeologico di Avellino. C’è anche un’altra ipotesi, tuttavia, che fa risalire l’origine del borgo all’opera dei coloni greci. Si racconta, infatti, che furono gli abitanti di Posidonia (Paestum) a gettare le fondamenta del villaggio. Costoro, risalendo il corso del Sele, diedero il nome al monte da cui il fiume nasce (Paflagone) e al corso d’acqua stesso. Quel che è certo è che i primi abitanti di Caposele costruirono le loro dimore ai piedi della dorsale, là dove la sorgente forma un laghetto, prima di erompere nello spumeggiante fiume diretto verso il Tirreno. Caposele, così come appare oggi, è figlia del Medioevo e delle diverse dominazioni che si sono succedute sul trono di Napoli. Sotto i principi normanni, il paese, già territorio del Principato di Salerno, divenne feudo di Filippo di Balvano. Fu lui a edificare l’imponente maniero ai cui piedi, a poco a poco, venne sviluppandosi il resto dell’abitato. La rocca di Balvano assunse agli onori delle cronache con il matrimonio di Margherita d’Aragona. Sotto gli aragonesi una parte della cittadina, chiamata “Capo di Fiume”, fu donata all’umanista Jacopo Sannazzaro e nel 1494, grazie ad Antonio Gesualdo, cui la regina Giovanna II aveva affidato le entrate del feudo, raggiunse il suo massimo splendore ottenendo il titolo di “Universitas”. Caposele appare dotata di due anime antiche, due nuclei non più separati l’uno dall’altro, come un tempo. Da una parte il centro storico costituito dal Castello, con le sue caratteristiche viuzze. Dall’altra il borgo di “Capo Fiume”. In mezzo svettano i tanti agglomerati periferici cresciuti nel corso dei secoli e inerpicatisi lungo i fianchi del monte Paflagone. I lavori avviati nel corso del ’900 per la captazione delle sorgenti del Sele hanno modificato sensibilmente l’assetto urbanistico del paese: tra il borgo sorto a ridosso dell’antica rocca di Balvano e quello costruito là dove nasce il fiume sono comparsi nuovi edifici. Case e palazzi che hanno donato un’immagine più omogenea al complesso edilizio sorto dalle acque del Sele. Moderna sirena dei monti irpini.

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