Affresco di penna del Rione Sanità, quartiere in dialogo eterno con l’aldilà

AFFRESCHI DI PENNA Leggende, culti e riti di un quartiere di tufo nato per guarire, trasformato dalle epidemie in enorme cimitero e oggi in grande rinascita. Così la scrittrice Annavera Viva vede, legge e interpreta il Rione Sanità di Napoli, dove ha ambientato tutti i suoi romanzi gialli. Un affresco di penna realizzato per Charme.

29 marzo, 2018 alle 16:56
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Cupola della Chiesa di Santa Maria alla Sanità e il Rione Sanità dal ponte della Sanità. Ph. Sergio Siano

Nei secoli scorsi la posizione del Rione Sanità a Napoli, che da Capodimonte scende a valle, in un susseguirsi di rigogliosa vegetazione, sorgenti e fonti d’acqua, lo rendeva particolarmente salubre. Ma si parlava anche di miracoli e guarigioni ottenute per l’intercessione dei santi che vi erano sepolti. Famiglie ricche e nobili decisero allora d’insediarvisi. Si trovarono sulla strada obbligata che i Reali percorrevano per raggiungere la Reggia in collina e gareggiarono per costruire i palazzi barocchi più stupefacenti. Opere superbe e teatrali come il Palazzo dello Spagnolo o Palazzo Sanfelice.

Ma durò poco quello splendore. Prima la costruzione del Ponte e poi quella della grande fossa comune, che doveva servire a contenere le migliaia di persone falcidiate dalle epidemie, dalle eruzioni, e dalle carestie, che come punizioni si abbattevano a intervalli regolari sulla città, stravolsero completamente il ridente volto del quartiere. E la morte, nel sottosuolo, si stratificò, dalle catacombe paleocristiane al cimitero delle Fontanelle. E i morti si mischiarono, quelli delle epidemie con quelli dei poveri che non potevano permettersi altra sepoltura oltre la gigantesca cava di tufo. Quelli disseppelliti dalle chiese a quelli delle rivolte e dei terremoti. Le catacombe di San Gaudioso furono riaperte e riutilizzate dai frati domenicani per sepolture vendute a carissimo prezzo a chi desiderava una strada privilegiata per il paradiso procurandosi una tomba in un posto sacro e la scolatura, un macabro trattamento del cadavere che ne avrebbe purificato i resti, facendogli ottenere uno sconto di pena al Purgatorio.

La terra salubre diventò un immenso cimitero. I nobili andarono via, i grandi palazzi si trasformarono in case popolari e le bancarelle del mercato trovarono alloggio nei loro immensi portoni. In un attimo quel ponte aveva tagliato il quartiere fuori dalla città, lasciandole un’unica via a consentirne l’accesso. Il Rione Sanità era diventato un’isola.

Leggende, culti e riti, l’umile popolo che si andava insediando creò intorno a quella morte, con la quale così intimamente conviveva. Essa era l’altra faccia della vita con cui allearsi per averne vantaggio. Non potendo aspettarsi aiuto dai vivi, il popolo lo chiedeva ai defunti.

Così il Cimitero delle Fontanelle diventò una sorta di Stargate tra la Terra e il mondo dei morti. Il popolo decise di adottare queste “Anime Pezzentelle”. Povere soprattutto perché orfane, senza nome e famiglia. Essi sceglievano un teschio, “‘na capuzzella”, che diventava una sorta di familiare defunto ma con delle capacità miracolose. Ciò significava lucidarlo, poggiarlo su fazzoletti ricamati, adornarlo con lumini e fiori, attribuendogli un nome e una storia. E da queste storie nacquero le leggende che circondano alcune delle Capuzzelle più famose. Dal Capitano, militare vendicativo, a Fratello Pasquale, che dà i numeri al lotto, a donna Concetta “La capa che suda”, la quale esaudisce le preghiere se toccandone il teschio la mano s’inumidisce.

Ma, per poterli incontrare in sogno, e chieder loro delle grazie, bisognava dargli “rifrisco”, cioè sollievo, con preghiere e suffragi. Se queste erano concesse, il teschio era omaggiato con una specie di tabernacolo realizzato nei materiali più diversi, dalla scatola di biscotti al marmo, secondo le possibilità della persona. Se la grazia non giungeva, il teschio era abbandonato e sostituito con un altro. Per lunghissimo tempo, i napoletani si sono presi cura delle “Anime Pezzentelle”: non importa se quei resti appartenevano a sconosciuti il cui nome è dimenticato nei secoli. Perché, ogni napoletano del passato è un antenato dei napoletani di oggi. E fino a che qualcuno se ne prenderà cura, nessuno sarà veramente dimenticato.

Più avanti, al centro della piazza, la basilica dal cupolone di maioliche verdi che si può vedere da quasi tutta Napoli: Santa Maria alla Sanità. La grande opera di Fra Nuvolo. Il posto dove sembra ancora di veder pregare gli appestati del lazzaretto, sorto lì proprio perché quell’isola era diventata oramai un confino naturale. Grandiosa, eppure scarna, nella sua severità, con gli imponenti scaloni di marmo che salgono verso l’alto, in un punto dove pare convergere tutto il dolore e la speranza di quella gente. Essa è il luogo di sepoltura di San Vincenzo, che portato in processione interruppe l’epidemia di colera.
E poi, tutto è tufo, nel Rione Sanità. Dalle colline, “la Lava dei vergini”, colate di acqua e fango, l’ha erosa per millenni creando le condizioni per estrarlo. In esso si sono scavate le catacombe e con esso si sono costruiti i palazzi soprastanti. È forse questo l’elemento che collega materialmente i vivi e i morti, quello che permette l’eterno dialogo che il Rione Sanità ha con l’aldilà.

E, l’isolamento sociale e culturale in cui era stato confinato ha funto da protezione alla modernità. Un rione dove per lunghi anni è sopravvissuta l’atmosfera alla De Filippo del “Sindaco del rione Sanità” rispetto alla nuova e cruenta Gomorra di Scampia.

Oggi, accedendo attraverso via dei Vergini, tra le bancarelle colorate del florido mercato accostate ai bellissimi palazzi barocchi, c’è un quartiere in piena rinascita. Artisti internazionali lasciano un’opera su questi muri e la street art colora tutto il Rione Sanità. Festival, notti bianche, turisti alla scoperta di questo immenso patrimonio che è anche gastronomico, potendo gustare qui tra i migliori pani, dolci e pizze di tutta la città.

In via Santa Maria Antesaecula che gli diede i natali, capeggia un gigantesco disegno di Totò, che a questi volti s’ispirò nel creare i suoi personaggi. Numerosi film sono stati girati nel Rione Sanità, che è un vero set a cielo aperto. Quando ho cercato il luogo dove ambientare i miei romanzi, non ho potuto scegliere che questo.


La scrittrice Annavera Viva

Annavera Viva, autrice per Charme di questo affresco di penna sul Rione Sanità, è nata a Galatina (Lecce) ma vive a Napoli dal 1982. E’ autrice di numerosi racconti, molti dei quali finalisti in premi letterari nazionali ed internazionali. Tra questi Un alto concetto di dignità, pubblicato nella raccolta Iter fati (Editore Eris, Torino), per il quale ha ricevuto la menzione speciale della giuria nell’ambito del premio letterario “Racconti Corsari” (2013). Con Questioni di sangue (Homo Scrivens 2014), romanzo nel quale compaiono per la prima volta Raffaele e Peppino, i due fratelli separati alla nascita e destinati a percorrere strade opposte, ha riscosso successo di pubblico e critica. Chimere (Homo Scrivens 2015), il suo secondo giallo è ambientato sempre al Rione Sanità a Napoli con i protagonisti Padre Raffaele e don Peppino. Sta per essere pubblicato il suo terzo romanzo, ancora ambientato al Rione Sanità.

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