Luisa Sanfelice, un’eroina per caso

27 febbraio, 2014 alle 15:10
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Chi era Luisa Sanfelice e quale ruolo ebbe, realmente, nei fatti della Repubblica partenopea? Non fosse stato per la penna di Alexandre Dumas e per l’elogio, a caldo, che di lei scrisse Eleonora Pimentel Fonseca sulle pagine del Monitore, probabilmente oggi non saremmo qui a ricordarla come uno dei personaggi “simbolo” dei fatti del 1799 nonché il soggetto preferito di decine e decine libri, “piece” teatrali e fiction televisive.

Chiariamo. Per molti la figlia di don Pedro de Molino fu effettivamente una delle martiri della Repubblica napoletana. Ma per tanti altri rimane una traditrice della causa borbonica, che pagò a caro prezzo l’aver rivelato all’amante del tempo (repubblicano), una congiura filoborbonica di cui era venuta, casualmente a conoscenza. Una soffiata incauta e maldestra, forse neanche troppo voluta. Che tuttavia, dopo la restaurazione, la portò dritta dritta sul patibolo.

Insomma, chi era Luisa Sanfelice? Solo un’incauta sprovveduta, tutta talamo e salotti, oppure una coraggiosa ed intrepida eroina? Il dibattito è ancora aperto. E a distanza di così tanto tempo, non smette di dividere il pubblico degli appassionati. Ma perché ne parliamo oggi? Semplice: perché 250 anni fa, il 28 febbraio del 1764, questa donna di bell’aspetto che così tanti cuori mandò in frantumi nell’antica capitale del Regno delle Due Sicilie, veniva alla luce a Napoli (ma non manca chi la vuole nata a Laureana Cilento, in provincia di Salerno), con il nome di Maria Luisa Fortunata de Molina.

Figlia di un generale borbonico di origine spagnola, don Pedro de Molino e di Camilla Salinero, acquisì il cognome “Sanfelice” a 17 anni, andando in sposa al cugino Andrea Sanfelice, nobile dei Duchi di Laurino ad Agropoli. Il rapporto tra i due fu subito irrequieto e dissipato, per colpa anche dei dissesti finanziari in cui era venuta a trovarsi la famiglia di Andrea. Fatto sta, anche su decisione della madre di Luisa, la Corte decise di intervenire, separando momentaneamente i due coniugi – che nel frattempo avevano avuto tre figli. Ciò, tuttavia, non servì a tenerli lontani a lungo, tanto che, durante una “fujtina”, Luisa e Andrea si ritrovarono a Salerno dove la donna rimase nuovamente incinta.

Per punizione, allora, la Sanfelice fu rinchiusa nel conservatorio di Montecorvino Rovella, ma neanche questo servì a placare la passione. Di lì a poco, infatti, i due si ritrovarono nuovamente assieme, questa volta a Napoli, nella casa di famiglia di Palazzo Mastelloni a Largo Carità.

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L’avvento dell’ondata giacobina e l’arrivo dei soldati francesi alle falde del Vesuvio sancì, in qualche modo, la fine della turbolenta storia d’amore di Luisa e Andrea, stravolgendo la vita della ragazza che probabilmente, proprio in quei mesi, iniziò a frequentare con sempre maggiore insistenza i salotti (e le alcove) della Capitale.

Con la costituzione della Repubblica Partenopea del 1799 e l’esilio della corte borbonica a Palermo, iniziò per la città del Golfo un periodo fatto di intrighi, scontri e violenze. Da un lato c’erano i tentativi dei legittimi sovrani di tornare sul trono perduto, dall’altro quelli del governo della Repubblica di impedire ogni forma di restaurazione monarchica. Con le buone o con le cattive.

Gli eventi precipitarono quando i Borbone tentarono di riprendere il potere organizzando una congiura con l’appoggio finanziario di una ricca famiglia napoletana di banchieri di origine svizzera: i Baccher. Tra questi c’era anche Gerardo Baccher, ufficiale dell’esercito regio. Perdutamente innamorato di Luisa, nel tentativo di proteggere la ragazza dagli esiti della cospirazione (il giorno dopo le navi inglesi avrebbero dovuto cannoneggiare la città), Gerardo pensò bene di consegnarle un salvacondotto col giglio borbonico da esibire in caso di pericolo. Mai gesto fu più infelice di quello!

La Sanfelice, infatti, era sentimentalmente legata a Ferdinando Ferri che, insieme con Vincenzo Cuoco (secondo altri il vero amante della giovane) teneva in mano le redini della Repubblica. Temendo, quindi, per la vita del compagno in caso di ritorno dei Borbone, consegnò (in circostanze mai chiarite) a lui il salvacondotto svelando, in questo modo, la trama del complotto. Per i Baccher ed i loro complici la cattura diventò inevitabile.

Fu in quei frangenti convulsi che Eleonora Pimentel Fonseca, un’altra delle future “vittime” della restaurazione, tentando forse di inseguire uno scoop giornalistico, oppure, chissà, magari nel tentativo di dare una mano a Luisa, pubblicò sul Monitore Napoletano, il foglio ufficiale della Repubblica, l’elogio della Sanfelice, attribuendole il merito di aver scongiurato la cospirazione. Ciò ovviamente servì, più tardi, ad attirare sul capo della nobildonna le ire del fronte borbonico.

Comunque, molti membri della congiura Baccher scoperta grazia alla “complicità”, consapevole o meno, della giovane donna (sembra che Luisa non pronunciasse mai il nome di Gerardo), furono trascinati in carcere e successivamente condannati a morte: furono tutti fucilati nel cortile di Castel Nuovo il 13 giugno 1799, ultimo giorno di vita della Repubblica, quasi a mo’ di sfregio e vendetta proprio mentre l’armata sanfedista, comandata dal cardinale Fabrizio Ruffo, si apprestava a prendere il controllo della città. Ciò, con tutta probabilità, sancì anche la condanna alla pena capitale della figlia di don Pedro de Molina.

Una volta reinsediato sul trono, infatti, re Ferdinando si mostrò severissimo nei confronti della Sanfelice cui non perdonò mai di aver “collaborato” con i repubblicani, lei figlia di un ufficiale del Regio esercito e moglie di un nobile del Regno. Era stata pur sempre Luisa, con la sua incauta “soffiata”, a tradire i Baccher consegnandoli, di fatto, alla giustizia sommaria dei giacobini! E così, una volta tornato al potere, dopo l’arresto della giovane – avvenuto in circostanze rocambolesche (Luisa si era rifugiata in una soffitta di Palazzo Mastelloni) – la fece condannare a morte, senza possibilità di appello.

L’esecuzione della sentenza fu rimandata più volte perché la nobildonna si dichiarò incinta. Circostanza, questa, fasulla, ma confermata anche da due medici compiacenti. Va tenuto conto che siamo alla fine del Settecento e che Luisa era ancora nel fiore degli anni: giovane, bella, seducente. Il suo caso non poteva non impietosire il popolo. Sì, anche quelli di fede monarchica.

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Sempre più infastidito dalle proporzioni che rischiava di assumere la vicenda, il re dispose allora il trasferimento della condannata a Palermo, dove una commissione medica la visitò nuovamente escludendone la gravidanza. Per Luisa Sanfelice non ci fu più nulla da fare. La donna fu riportata a Napoli e qui giustiziata, in maniera orrenda (fu praticamente scannata da un macellaio improvvisato carnefice, sul patibolo di piazza Mercato), l’11 settembre del 1800, poche ore dopo lo sbarco in città.

Secondo lo storico Pietro Colletta a nulla valsa il tentativo della nuora di re Ferdinando, Maria Clementina, moglie del principe ereditario Francesco, di invocare la grazia. La leggenda narra che Maria, partorito un bambino pochi giorni prima dell’esecuzione di Luisa, chiese al sovrano, al posto delle tradizionali “tre grazie” che pure le spettavano di diritto, la vita della sventurata, ricevendone, in cambio, un secco rifiuto.

Le altre persone coinvolte nella congiura dei Baccher se la cavarono decisamente meglio: Vincenzo Cuoco e Ferdinando Ferri, infatti, scamparono il capestro prendendo la via dell’esilio da Napoli. Ferri addirittura, più tardi, dimenticò il suo passato repubblicano e poté persino rientrare in città, diventando ministro sotto il governo di Ferdinando II delle Due Sicilie.

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