Perle di pietra che brillano in città

12 novembre, 2014 alle 12:15
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Dicono che derivi dall’antica parola portoghese “barroco”, perla scaramazza, non coltivata, asimmetrica. Ma non manca chi l’associa al francese “baroque”, sinonimo di “stravagante, bizzarro”. Quale che sia l’origine del termine, è a Napoli che il Barocco diventò arte e che il gusto per l’estro e la fantasia assunse al rango di religione. Nella Culla di Partenope, architetti e scultori di fama internazionale diedero vita, nel corso del ’600 e del ’700, ad alcuni tra i capolavori più celebri del secolo dell’assolutismo monarchico: chiese, palazzi, fontane, guglie. Autentici monumenti all’arte della meraviglia con le loro forme complesse e teatrali, volte a suscitare stupore nei visitatori. Nel nostro viaggio alla scoperta della Napoli… “scaramazza” si parte proprio dalle fontane, piccoli gioielli di architettura, scultura e ingegneria che fin dai secoli della Magna Grecia occuparono un posto di rilievo nel tessuto urbanistico partenopeo. Quello dell’approvvigionamento idrico, è risaputo, fu un problema alla cui risoluzione lavorarono per primi gli architetti venuti dalla terra di Ulisse. Toccò a loro scavare quella fitta rete di cunicoli che tuttora caratterizza il ventre di Megaride. E fu sempre grazie all’opera degli antichi colonizzatori che Neapolis conobbe le prime fontane cittadine. Nella prima metà del Cinquecento, in concomitanza col boom demografico, la città iniziò a riempirsi di vasche, piscine e fontane dalle forme sempre più eleganti e stravaganti. Alcune di quelle opere furono edificate a ridosso di mura, chiese e palazzi, per non intralciare gli slarghi pubblici. Non mancarono, ovviamente “monumenti idrici” costruiti anche per motivi celebrativi e posizionati nei luoghi simbolo della metropoli come l’area di palazzo reale, i giardini di Santa Lucia e i moli del porto. Significativo, da questo punto di vista, il destino riservato alla fontana del Nettuno, vero e proprio fiore all’occhiello del Centro storico, la cui origine risale alla fine del ’500. All’opera lavorò un vero e proprio stuolo di scultori e architetti, tra i quali vanno menzionati artisti del calibro di Pietro Bernini, Domenico Fontana, Cosimo Fanzago e Michelangelo Naccarino. La fontana, voluta dal viceré duca di Medina e sottoposta, nel corso dei secoli, a numerosi ritocchi e restauri, cambiò più volte posizione fino a quando, nel 2001, è tornata nella seicentesca sede di via Medina, lasciando, dopo quasi duecento anni, la storica cornice di piazza Borsa. Quello che colpisce della vasca (cinta da un’ampia balaustra) sono i due mostri marini che versano l’acqua nella piccola piscina centrale, a sua volta adornata con delfini che cavalcano tritoni. In alto, al centro del monumento, irti su uno scoglio, due ninfe e due satiri reggono la statua del dio Nettuno con tanto di tridente, da cui sgorga l’acqua. [charme-gallery]Bella da vedere, è anche la fontana del Gigante o dell’Immacolatella, una delle più famose di tutta Napoli. La struttura, spettacolo di archi monumentali che sovrastano una vasca centrale decorata con due animali marini (con ai lati altrettante vaschette adornate con statue fluviali), troneggia a un tiro di schioppo da Castel dell’Ovo, nel cuore della curva che si spalanca all’incrocio tra via Partenope e via Nazario Sauro, uno degli angoli più suggestivi del capoluogo per il colpo d’occhio che si spalanca sul mare del Golfo e il Vesuvio. Si tratta di una costruzione che risale agli inizi del Seicento, e a cui lavorarono Bernini e Naccherino. Degna di nota, e non poteva essere altrimenti, resta un’altra celebre fontana partenopea: quella del Sebeto  (o del Fonseca), situata alla fine di via Caracciolo (dove fu trasferita nel 1939). Simile nelle forme a quella dell’Immacolatella,  la fontana è caratterizzata da un arco all’interno del quale è incastonata la statua del mitico fiume che un tempo bagnò Neapolis. L’intero complesso poggia su un grosso blocco su cui sono posizionate tre vasche arricchite, ai lati, da due obelischi con le statue di due tritoni. Tra le fontane barocche più emblematiche di Napoli un posto di rilievo occupano anche la fontana di Monteoliveto (detta anche di Carlo II o “re Carluccio”), quella del Naccherino (o di Santa Lucia) e la fontana della Sellaria. L’impianto di Monteoliveto fu fatto innalzare nel 1669 dal viceré don Pietro d’Aragona, per celebrare l’allora giovane sovrano di Spagna. Quello disegnato da Michelangelo Naccherino, oggi situato negli spazi della Villa Comunale, risale, invece, all’inizio del XVII secolo: il monumento si caratterizza per la ricchezza dei bassorilievi. A volerlo fu il viceré Juan Alonso Pimentel de Herrera duca di Benevento. Al 1649 risale, invece, la fontana della Sellaria (dal 1889 trasferita in via del Grande Archivio), costruita con i soldi di una colletta promossa dai proprietari delle case dell’antico rione. [charme-gallery]La fontana di “re Carluccio”, più volte rimaneggiata nel corso degli anni, mostra una vasca a tre sporgenze rotonde, al cui centro si erge un piedistallo sormontato da tre leoni e tre aquile. Più in alto, quasi ad esaltare il trionfo della scultura, troneggia un obelisco a base triangolare su cui poggia la statua in bronzo del sovrano. E proprio parlando di obelischi l’attenzione non può che spostarsi su un’altra delle figure architettoniche più caratteristiche di Napoli. Si tratta di monumenti dalle forme particolari, autentiche piramidi arricchite di sculture, che si arrampicano verso il cielo. Sorta di “gigli di pietra”, guglie e obelischi si ispirano alle tante macchine da festa che in quei secoli venivano utilizzate in città in segno di devozione alla Madonna e di cui resta traccia nelle celebri feste di Nola e Barra. Senz’ombra di dubbio la “macchina di pietra” più famosa di tutta Napoli, ma anche quella più misteriosa per i racconti popolari che la caratterizzano, resta quella dell’Immacolata. La guglia, è situata in piazza del Gesù Nuovo, proprio a ridosso della Chiesa dei padri gesuiti. Eretto nel corso del XVIII secolo, l’impianto è rivestito da sculture in marmo e presenta, proprio sulla sommità, una caratteristica statua in rame dell’Immacolata. Una curiosa leggenda legata alla particolare forma dell’obelisco ed alle tante sculture che lo adornano, parla di strane figure e addirittura dell’immagine stessa della morte che sembrerebbe fare capolino solo in particolari momenti del giorno, grazie a un particolare gioco di luci ed ombre o semplicemente guardando posteriormente la statua. Altri celebri obelischi sono quello di San Domenico, la guglia commissionata a metà del XVII secolo dai padri domenicani nella centralissima piazza San Domenico Maggiore, un tempo cuore della city angioina, e l’obelisco di San Gennaro, probabilmente il più antico “pinnacolo” di tutta Partenope. Eretto nel 1636 dai committenti della deputazione del Tesoro come grazia per lo scampato pericolo dell’eruzione del 1631,l’obelisco di San Gennaro, dovuto all’opera di Cosimo Fanzago, è situato in piazza Riario Sforza ed è composto da una specie di blocco quadrangolare sulla cui sommità veleggiano, quasi, le sculture di quattro angeli che fanno da cornice alla statua del Santo Patrono.

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