Style / L’arte del corallo

L’oro rosso che sboccia dal mare

Per gli antichi i rami di corallo erano protettivi e rinvigorenti. La maestria degli intagliatori dell’area torrese li trasforma in affascinanti lavorazioni artistiche e di gioielleria
di Rosanna Nastro
28 marzo 2013

Lo chiamano “oro rosso”. Perché dell’oro ha la ricchezza e la finezza. Insieme alla rarità e all’essere materia unica e preziosa. Difficile da recuperare. Ma non il colore. E neanche l’origine. Perché se quello si nasconde nelle viscere della terra e nel greto dei fiumi, questo nasce nelle profondità degli abissi, attaccato a rocce e scogli. Materia organica, viva, almeno in origine, a differenza del più famoso e giallo dei minerali. Il corallo, ora rosso brillante ora in sfumature rosa, oltre che bianco, marrone e, eccezionalmente, nero. Autentica “scultura” dei mari, capace di ammaliare pescatori e artigiani per le sue incredibili fattezze. Gli stessi che, navigando in lungo e in largo tra le coste dell’Italia Meridionale e il resto del Mediterraneo, scoprirono presto la bellezza che sovente emergeva dalle acque, incagliata nelle reti, assieme al pescato. Come non rimanere incantati per quell’intenso colore e le seducenti ramificazioni che gli antichi credevano protettive e rinvigorenti e che i moderni, negli ultimi due secoli specialmente, hanno saputo intagliare facendone affascinanti lavorazioni artistiche e di gioielleria? Dal greco “koraillon”, vale a dire “scheletro duro”, il corallo nasce dall’opera di intere comunità di piccoli polipi i quali costruiscono, un poco alla volta e con infinita pazienza, alla base del proprio corpo molle, una vera e propria intelaiatura a base di carbonato di calcio con funzione protettiva e di sostegno. Una volta morto, lo scheletro non viene abbandonato, ma subisce un processo di colonizzazione da parte di altri polipi che continuano, così, nell’opera di consolidamento avviata dal precedente inquilino. Mano a mano che la vita va avanti, lo “scheletro” cresce e si fortifica, proprio come una ricca e munita fortezza degli abissi. Fino ad assumere quelle caratteristiche ramificazioni che lo fanno somigliare a un albero. E’ a Torre del Greco che, nel corso dei secoli, la lavorazione di questa speciale “materia viva” è diventata un’arte. A tal punto da aver fatto identificare la città stessa del Vesuvio con questa autentica perla dei fondali. Un binomio ancora oggi inscindibile. Bisogna fare un salto indietro di quasi mille anni e risalire ai tempi dei Normanni e degli Angioini per fare la scoperta dell’oro rosso. Fu in quei secoli, infatti, che i pescatori torresi iniziarono a pescare il corallo dalle acque del Golfo di Napoli. Scrigno da scrittura in coralloParticolare di uno scrigno da scrittura in coralloAragosta in coralloCoralloLavorazione del coralloAllora, però, si limitavano a prelevarlo con le loro barche e a portarlo a Napoli, nella zona del Campo del Morocino, l’attuale piazza del Carmine. Laddove le logge mercantili pullulavano di commercianti provenzali e marsigliesi, amalfitani e pisani, pronti a farlo ripartire per ogni parte del Vecchio Continente, naturalmente non prima di averlo visto trattato, sotto l’egida dei maestri trapanesi, allora i migliori al mondo in fatto di artigianato. Erano loro a trasformare il corallo grezzo in grani e sferette da usare specialmente per le coroncine del Santo Rosario. E andò avanti così almeno fino alla fine del XVIII secolo, fatta eccezione per piccole sculture, manufatti d’arredo, crocifissi, bottoni, cammei e qualche testina femminile. Bisognò attendere l’Ottocento per il grande rilancio del corallo e, soprattutto il Novecento, perché nascessero più elaborate creazioni a base del più famoso dei rametti torresi. E perché i torresi non fossero più solo dei semplici pescatori, ma cominciassero a mettere a frutto l’esperienza maturata in anni e anni di scambi e contatti, anche e soprattutto nel settore della lavorazione artistica. E fu quello il campo in cui venne dato libero sfogo alla fantasia, assecondando il gusto naturalistico del tempo che richiedeva intrecci di foglie, fiori, frutta, delfini e sirene, teste d’ariete e serpenti, per la gioielleria così come per l’oggettistica. Ecco allora spuntare fuori forcine e suggestivi pettini, saliere, calamai e candelabri, cornici e acquasantiere. Elaborati dalle linee straordinarie, frutto di quella fantasia che ancora oggi distingue i manufatti torresi per pregio e design. Complice la decadenza della Repubblica marinara di Genova e della città di Marsiglia, per Torre del Greco e Napoli fu semplice conquistare il monopolio della lavorazione dell’oro rosso, soprattutto grazie alla raffinatezza di lavorati che si allontanarono presto dal più semplice “liscio” per assumere forme via via più complesse ispirate dalla stessa sagoma del ramo. Se la migliore riuscita dell’opera, infatti, è affidata all’abilità dell’artigiano, l’ispirazione di quest’ultimo è spesso indirizzata proprio dal profilo del ramo e dalle sue forme. Un po’ sulla stessa falsariga di quanto accadeva con i blocchi di marmo per il grande Michelangelo il quale, ancor prima di scolpire i suoi capolavori, si “limitava” a estrarli dal monolito di pietra che li custodiva, come in una stretta prigione. Ed ecco, allora, i fili più sottili diventare perle, ovuli, tronchetti per collane, spille, accessori d’abbigliamento, e quelli più robusti trasformarsi in pezzi ideali per cammei e sculture a tutto tondo. Un’arte che legge e realizza, valorizzandolo a tutto tondo, l’anima stessa del corallo.