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	<title>fontana piazza sannazzaro Archivi - Charme</title>
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	<description>Tutto il bello e il buono di Napoli e della Campania</description>
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		<title>Sulle orme della Sirena Partenope (parte seconda)</title>
		<link>https://www.charmenapoli.it/cultura/sirena-partenope-storia-leggenda-napoli-fontana-obelisco-chiesa-lapide/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2015 15:06:54 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>(segue da parte prima).. Uno in particolare. Sembra fare al caso nostro: quello della celebre “<strong><em>Marianna ’a capa ’e Napule</em></strong>”. Ovvero, del volto per eccellenza di Napoli. E con esso della mitica vergine venuta dal mare. Entrando nella sede del Comune, a <strong>Palazzo San Giacomo</strong>, tra le due rampe di scale che portano ai piani superiori, si nota un piedistallo: sopra vi è appoggiata una grande scultura di epoca greca raffigurante una testa di donna. Ebbene, secondo la tradizione, questa figura che oggi si identifica con l’emblema stesso della città (“la testa di Napoli”, appunto) raffigurerebbe nientepopodimeno che la Sirena Partenope.</p>
<p>Pare che quel volto di pietra sia stato rinvenuto alla fine del XVI secolo nella zona dell’Anticaglia (Decumano superiore). E da lì spostato nei pressi della chiesetta di <strong>San Giovanni a Mare</strong>, a poche centinaia di metri da piazza Mercato (qualcuno dice che fu ritrovato qui). In quel posto, senza volerlo, divenne la muta testimone della rivolta di Masaniello. E durante i tumulti scatenati dai lazzari, qualcuno le ruppe il naso. Spostata di fronte alla chiesa dell’Avvocata e quindi restaurata nel 1879, la statua entrò a far parte del Museo di Villa Filangieri e da lì definitivamente trasferita sul pianerottolo dello scalone centrale di Palazzo San Giacomo, dove si trova tutt’ora. Una copia in scala è visibile nel cortile della chiesa di San Giovanni a Mare. Non è chiaro quando la “capa di Napoli” si vide affibbiare il nome di “<strong>Donna Marianna</strong>”. Secondo qualcuno, l’appellativo le fu assegnato nel corso del XIX secolo, quando la “testa” fu collocata di fronte alla chiesa di Santa Maria dell’Avvocata dove si trovava anche un busto di Sant’Anna (il nome deriverebbe quindi dalla fusione di Santa Maria e Sant’Anna). Secondo altri, le sarebbe stato dato per farne un simbolo di libertà come la famosa “Marianne” francese della Rivoluzione del 1848. Anche in questo caso, storia e leggenda sfumano nei contorni del mito. Ma ciò che più conta è che quel volto, per anni e anni, abbia simboleggiato per tutti i figli di Partenope quello arcaico e beneaugurante della mitica fondatrice. [charme-gallery]Pochi invece, per non dire nulli, sono i dubbi che si provano guardando il complesso scultoreo eretto in piazza Sannazzaro, nel cuore di Mergellina, poco più di un secolo e mezzo fa. Si tratta della magnifica <strong>Fontana della Sirena</strong>. L’opera fu realizzata nel 1869 dallo scultore Onofrio Buccini, con la collaborazione di un giovanissimo Francesco Jerace. Fino al 1924 abbelliva i giardini della stazione ferroviaria di piazza Garibaldi. Poi, da quell’anno, fu spostata a ridosso di <strong>Piedigrotta</strong> e <strong>Mergellina</strong>, dove si trova attualmente. E’ composta da una grande vasca ellittica nel cui centro svetta uno “scoglio”, sul quale poggiano un cavallo, un leone, un delfino e una tartaruga, insieme con alcuni elementi floreali. A sovrastare tutti, ovviamente, c’è lei: sua maestà la Sirena, ritratta nell’atto di stringere una lira con il braccio destro, mentre il sinistro è puntato verso l’alto. Partenope ha la coda avvolta intorno ai fianchi.[charme-gallery] La sua particolare figura ricorre anche in altre due altre celebri fontane della città. La prima è quella che troneggia negli spazi della nuova <strong>stazione Garibaldi</strong> di Trenitalia: un complesso d’arte contemporanea in metallo che svetta in mezzo a suggestivi giochi d’acqua. L’opera, inaugurata pochi anni fa, si trova a pochi passi dai binari e dalla sala d’aspetto del principale scalo ferroviario del capoluogo. Di enorme valore artistico e storico è la <strong>fontana della Spinacorona</strong> comunemente detta “<strong>delle zizze</strong>”, esposta in pieno Centro Antico, a ridosso della chiesa di Santa Caterina della Spina Corona. Le origini di questa scultura sono incerte, ma sembra si parli di lei già in un antico documento di fine XVI secolo. Quel che è certo è che l’opera fu restaurata e modificata, per volere del viceré don Pedro de Toledo, su disegno di Giovanni da Nola, nella prima metà del XVI secolo, così come attestato anche dalla presenza dello stemma di re Carlo V.</p>
<p>Si tratta di un complesso formato da una ricca vasca rettangolare in marmo bianco abbellita da altorilievi, ghirlande e alcuni stemmi del viceré, coronata dalla raffigurazione del Vesuvio e dalla sirena Partenope scolpita nell’atto di premere i seni per estinguere, con il suo latte, le fiamme sprigionate dal vulcano. Quella in mostra è solo una copia dell’originale, riprodotta e scolpita da Achille D’Orsi. La vera statuetta “delle zizze”, infatti, è custodita nelle stanze del Museo nazionale di San Martino. Ma che si tratti di lei, della mitica creatura venuta a morire sulle rocce di Megaride, sembrano esserci pochi dubbi dal momento che la figura della Spinacorona richiama fortemente l’icona mitologica classica. A conferma di un legame antico tra i napoletani e la celebre antenata che, a distanza di anni, proprio non vuole saperne di spezzarsi.</p>
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		<title>Sulle orme della Sirena Partenope (prima parte)</title>
		<link>https://www.charmenapoli.it/cultura/sirena-partenope-storia-leggenda-napoli-fontana-obelisco-chiesa-lapide-napoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2015 09:50:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una leggenda che, a distanza di quasi tremila anni, non smette di affascinare. E’ quella legata alla Sirena Partenope, straordinaria creatura del mare lasciatasi morire di inedia nelle acque antistanti Punta Campanella per non essere riuscita ad ammaliare il prode Ulisse. Il suo corpo, raccontano gli antichi, trascinato dalle correnti, andò a spiaggiarsi sull’isolotto di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una leggenda che, a distanza di quasi tremila anni, non smette di affascinare. E’ quella legata alla <strong>Sirena Partenope</strong>, straordinaria creatura del mare lasciatasi morire di inedia nelle acque antistanti <strong>Punta Campanella</strong> per non essere riuscita ad ammaliare il prode <strong>Ulisse</strong>. Il suo corpo, raccontano gli antichi, trascinato dalle correnti, andò a spiaggiarsi sull’<strong>isolotto</strong> <strong>di</strong> <strong>Megaride</strong> e lì fu sepolto con tutti gli onori. Ma un altro “racconto” ci porta a una seconda e meno prosaica versione del mito: Partenope sarebbe stata, in realtà, una bella vergine greca (in greco antico Parthenos significa, appunto, “vergine”) in fuga d’amore con il suo compagno, verso i lidi campani, e qui sbarcata, con un gruppo di coraggiosi coloni, per gettare le fondamenta della futura <strong>Neapolis</strong>. Vera o falsa che sia la storia, resta un dato: il passaggio di questa incantevole creatura sulle sponde del Golfo ha lasciato tracce indelebili non solo nella storia di Napoli, ma anche nel suo tessuto urbano. Lo testimoniano i nomi dati ai luoghi: basti pensare, ad esempio, al <strong>Corso Sirena</strong>, il tratto di strada che da Piazza Procelle attraversa il quartiere Barra (fino al 1925 quando l’attuale quartiere della periferia orientale era Comune autonomo, il suo simbolo era composto da una sirena con la doppia coda, sormontata da una corona), oppure ai numerosi elementi ornamentali che ancora oggi campeggiano sui portoni degli antichi palazzi del Centro Storico. Ma anche alle sculture innalzate qua e là, a memoria di quel mitologico approdo.[charme-gallery] Prendete lo scoglio più celebre di Napoli: quello di <strong>Megaride</strong>. Già il nome sembra tutto un programma. Megaride, infatti, sembra derivare dal greco mégaron, “casa signorile, sala di adunanza, o più semplicemente “grande”.  O addirittura da “Mégaira”, la terribile <strong>Megera</strong>. Non sempre nella mitologia greca, le sirene avevano un bell’aspetto. Al contrario, spesso erano raffigurate con un corpo metà femminile e metà da uccello rapace. Come le megere, appunto. Tuttavia, è molto più probabile che quel nome così “terribile” derivi da una parola grecizzata imparentata con il babilonese “<strong>Makallu</strong>”, vale a dire “approdo, luogo di sbarco”. Un termine che ci restituisce alla perfezione l’originaria funzione di quel lembo di terra quando, nel IX secolo a.C., i primi coloni rodiesi provenienti dalla vicina Cuma, vi si stabilirono, impiantandovi uno scalo per le loro navi. In quel gruppo, vergine o mezzo uccello che fosse, c’era anche lei: Partenope. Ma ora torniamo alla leggenda. Quando questa misteriosa sirena si arenò sull’isolotto, oramai priva di vita, mai avrebbe immaginato che su quel lussureggiante scoglio, oggi collegato alla terraferma, ma in quegli anni distante pochi decine di metri dalla linea di costa (e dalla foce del leggendario fiume Sebeto), sarebbe sorta, quasi mille anni più tardi, una delle dimore più ricche dell’impero romano: la villa di Lucio Licino Lucullo. Né poteva immaginare, la sfortunata vergine, che proprio sulle fondamenta di quella sfarzosa dimora, sarebbe stato edificato, un paio di secoli più tardi, uno dei simboli della città del Vesuvio: <strong>Castel dell’Ovo</strong>, il famoso maniero del “mago” Virgilio. Poveretta. La struggente creatura cresciuta nelle grotte della Penisola Sorrentina non poteva saperlo. Era già passata a miglior vita. Ma il suo corpo, prelevato dal mare, non era stato tumulato frettolosamente sulle balze di quella roccia disabitata. Nossignori. Recuperato dalle acque di Megaride, era stato composto in un grandioso sepolcro che studiosi e archeologi, nel corso dei secoli, hanno creduto di localizzare ora sulla collina di <strong>Sant’Aniello a Caponapoli</strong> (zona di piazza Cavour), ora alla foce del <strong>fiume Sebeto</strong> (nell’area dell’attuale piazza Plebiscito), ora sotto le fondamenta della chiesa di <strong>Santa Lucia</strong> (che pare sia stata innalzata proprio sui resti di un antico tempio dedicato, guarda caso, al culto della sirena) o, ancora, incastonato nelle fondamenta della chiesa di <strong>San Giovanni Maggiore</strong>, lì, nel cuore di via Mezzocannone (tutto nascerebbe da un’iscrizione posta su una lapide nei pressi dell’altare dell’edificio di origini paleocristiane).[charme-gallery] Ma neanche si può escludere che sia stata seppellita lì, su quell’isolotto, magari sotto le mura di Castel dell’Ovo. E che il suo corpo sinuoso, si sia semplicemente dissolto, trasfigurandosi nella morfologia del paesaggio napoletano. Partenopeo per l’appunto. Con il capo ad oriente, sull’altura di Capodimonte, ed i piedi ad ovest, verso il promontorio di Posillipo. Quel che è certo, è che nel giro di pochi anni la mitica Partenope si trasformò nella protettrice del luogo, onorata con sacrifici e fiaccolate. E venerata dal popolo che scelse di dare il suo nome al villaggio di pescatori destinato a sorgere, di lì a poco, lungo la costa: Partenope, l’odierna Napoli. Certo, questa è la storia che riporta la mitologia. Ma appare una versione che non può essere tanto distante dalla verità, dal momento che nella Grecia Orientale, in quegli anni, il culto religioso delle sirene, e quello della sirena Partenope in particolare, era molto vivo. Tutto lascerebbe presagire, dunque, che proprio lì, su quell’isolotto i fondatori dell’antica Capitale abbiano deciso di innalzare un altarino dedicato alla mitica creatura degli abissi. Una divinità a cui non è mancato chi, nel corso dei secoli, ha tentato di attribuire un volto. (seguirà seconda parte)</p>
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