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	<title>storia leggenda capo d&#039;orso Archivi - Charme</title>
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	<description>Tutto il bello e il buono di Napoli e della Campania</description>
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		<title>Miti di roccia nel mare di Ulisse (terza parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2015 14:55:08 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="normal">(segue da seconda parte).. Nello stesso emozionante scenario della Costiera Amalfitana, troneggia un’altra leggenda di roccia: quella legata ai “<b>Due Fratelli</b>”. Si tratta di due grossi scogli che sorgono proprio di fronte alla spiaggia di Vietri. Sono due, come le storie che li avvolgono. La prima ci riporta al solito, furioso assalto dei navigli saraceni che cinsero d’assedio Salerno. Non riuscendo, però, nessuno dei pretendenti ad avere la meglio sull’altro, i rispettivi re, il conte Umfredo dei Landolfi per i salernitani e il principe Rajan per i saraceni, decisero di affidare le sorti dello scontro a un duello tra i loro più valorosi cavalieri. Ebbe così inizio un furibondo combattimento tra i due guerrieri che si protrasse a lungo e che vide i due spingersi ben oltre le mura di Salerno, fino a raggiungere la poco distante cittadina di Vietri. Qui, quando ormai si era fatta sera, giunti allo stremo delle forze, il cristiano e il saraceno si appoggiarono esausti a due scogli. E proprio in quell’istante il mare li inghiottì. Prima di sparire, tuttavia, gli sfidanti fecero in tempo a notare che i loro stemmi erano identici. Un fatto che fece loro capire di essere germani e che indusse la popolazione locale, in ricordo dei due, a battezzare quegli scogli con il nome de “I Due Fratelli”.[charme-gallery] La seconda leggenda, più diffusa, ma anche più sentita a livello locale, narra invece la storia di due giovani pastori che, giunti sulla spiaggia di Vietri, si accorsero di una ragazza che dormiva in mezzo al mare. Preoccupati per la sua sorte, anche perché nel frattempo era scoppiato un violento temporale, i due decisero di tuffarsi in acqua nel tentativo di soccorrerla, seguiti da tutte le pecore. Non sapevano che si trattava della figlia di Nettuno. Purtroppo per loro, il tentativo risultò vano e i pastori morirono annegati insieme con tutto il gregge. Commosso dal gesto coraggioso dei ragazzi, il dio del mare decise di trasformarli in due grandi scogli, per l’appunto “I Due Fratelli”, circondandoli, poi, di rocce più piccole a ricordo delle pecorelle che ne avevano condiviso il tragico destino.[charme-gallery] Di leggenda è circondato anche il piccolo arcipelago de <b>Li Galli</b>, nel territorio comunale di Positano, pochi chilometri a sud della Costa di Sorrento. Si tratta di tre isolotti: il Gallo Lungo (che è anche il più grande del lotto), La Rotonda e quello Dei Briganti (o la Castelluccia), che sono parte integrante dell’Area Marina Protetta di Punta Campanella. Secondo la mitologia, fu qui che trovarono rifugio Partenope, Leucosia e Ligia, le mitiche sirene che invano avevano tentato di ammaliare Ulisse con il loro canto seducente. La tradizione, contrariamente a quanto si pensa, ce le consegna con un corpo metà di donna e metà di uccello. Insomma: erano pennute. Da qui l’accostamento alla gallina (o al gallo). E quindi l’origine stessa del nome “Li Galli”, teatro, nell’antichità, di paurosi naufragi. Massalubrense non è lontana dal “rifugio” delle sirene. (seguirà parte quarta)</p>
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		<title>Miti di roccia nel mare di Ulisse (seconda parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2015 08:25:46 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="normal">(segue da prima parte).. Nel cosiddetto arcipelago flegreo, di cui <strong>Nisida</strong> è parte integrante, svetta un altro pezzo di roccia carico di storia: un isolotto a forma di “virgola”. Ciò che resta, in pratica, di un antico cratere vulcanico emerso dal mare circa quarantamila anni fa e oggi sede di un’importante riserva naturalistica. Stiamo parlando dell’<b>isolotto di</b><strong> Vivara</strong>, dal latino vivarium (vivaio). Questo pezzo di roccia lussureggiante adagiato a pochi passi da<strong> Procida</strong> e dal litorale campano, merita più di una citazione perché rappresenta uno dei luoghi più antichi, in termini di insediamenti umani, della Campania Felix. Lo testimonierebbero i reperti archeologici che vi sono stati rinvenuti negli anni ’30 del XX secolo, datati tra la fine del XVIII e gli inizi del XVII secolo a.C., a conferma della presenza, a Vivara, di un ricco emporio commerciale e di un polo per la lavorazione di metalli e manufatti addirittura già nell’età del bronzo. [charme-gallery]Spostandoci verso Napoli e giungendo nel vicino specchio d’acqua di Posillipo, si incontra un altro “spicchio” di terra che pure merita attenzione per il mistero che lo avvolge: l’<b>isolotto della Gajola</b> (dal latino cavea: “piccola grotta”). Una leggenda popolare, tutt’ora in voga, lo considera alla stregua di un’isola “maledetta” per la morte prematura e la sventura che ha accomunato, nel corso degli anni, tutti i suoi proprietari. A partire dagli anni Venti del ’900, quando Hans Braun fu trovato privo di vita e avvolto in un tappeto (di lì a poco, la moglie affogò in mare) fino al patron della Fiat, Gianni Agnelli che, una volta messo piede su quell’isolotto, subì la morte di molti suoi familiari. Ne ha di storie da raccontare anche il promontorio di <strong>Capo d’Orso</strong>, così denominato per la sua forma che richiama la testa di un orso. Ci troviamo molto più a Sud rispetto a Napoli. [charme-gallery]A un chilometro di distanza, per la precisione, dalla frazione di<strong> Erchie</strong>, nel Comune di <strong>Maiori</strong>. Ebbene, secondo gli storici, fu in questo specchio d’acqua che nel 1528 si svolse una violenta battaglia navale tra la flotta francese e quella spagnola che vide soccombere gli iberici che qui persero anche il loro comandante. E fu sempre qui che, nella notte del 10 settembre 1806, una ventina di ex galeotti capitanati da Giuseppe Manzo detto “Giuseppiello” sbarcarono per poi raggiungere le vicine montagne dove diedero vita ad anni e anni di dura guerriglia contro le truppe dell’invasore francese in nome dei re Borbone (nel frattempo costretti all’esilio in Sicilia). A ciò si aggiunga la presenza, nel ventre del promontorio, di una grotta misteriosa in cui si possono ancora ammirare i resti di un antico affresco e quelli di una torretta circolare risalente al 1530, oggi in gran parte distrutta. (seguirà parte terza)</p>
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		<title>Miti di roccia nel mare di Ulisse (parte prima)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2015 09:57:33 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Isolotti, scogli e promontori svettano nel mare di Ulisse, impreziosendone anse e specchi d’acqua. Li Galli a Sorrento, il Vervece a Massa Lubrense, i “due fratelli” a Vietri, Capo d’Orso a Maiori. Sono pezzi di terra strappati alle onde e da esse disegnati nel tempo. Utilizzati, più di duemila anni fa, dai coloni della Magna Grecia come trampolino di lancio per i futuri insediamenti sulla terraferma o come punti di avvistamento e segnalazione luminosa per i loro agili scafi. Elencarli tutti è impossibile: ogni insenatura, ogni spicchio di terra campana, da Sapri alla foce del Garigliano, può vantarne qualcuno. E tutti sono più o meno noti. Segnalati, magari, sulle mappe del turismo internazionale. Occorre fare delle scelte, dunque. Puntare su quelli più famosi. Attorno ai quali sono sorte storie e leggende che ancora si tramandano di padre in figlio.</p>
<p>E’ questo il caso dello <strong>Scoglio di Rovigliano</strong> a Torre Annunziata, sul versante meridionale del Golfo di Napoli, a poche centinaia di metri del litorale oplontino-stabiese. A un tiro di schioppo dalla foce del Sarno. Conosciuto nell’antichità con il nome di Petra Herculis, in memoria di un antico tempio dedicato al dio Ercole, l’isolotto, su cui svettano ancora i resti di una fortezza cinquecentesca, sembra derivare il proprio nome da quello di una antica famiglia romana: la gens Rubilia (ma c’è anche chi lo associa a un tipo di pianta leguminosa detta in latino robilia). C’è una vecchia leggenda legata a questo pezzo di roccia eroso dalle onde, che merita di essere riportata. E reca la firma di un tale Fra Simone che ne parla in un documento, il Cronicon Casinense, risalente al IX secolo. Una storia che porta ai tempi in cui i Longobardi dominavano il Sud Italia. [charme-gallery]Simone scrive che un pugno di soldati, nel tentativo estremo di resistere a una violenta incursione saracena, si asserragliò sull’isolotto di Rovigliano. A guidarli, nella disperata battaglia, fu il conte Orso, insieme con la moglie, donna Fulgida, e il figlio Miroaldo. Alla fine i mori, che erano molto più numerosi dei difensori, ebbero la meglio. La maggior parte dei Longobardi fu sterminata. I pochi che sopravvissero, tra i quali il piccolo Miroaldo, furono portati via come schiavi. Il conte, ferito a morte, fu impiccato e donna Fulgida, che aveva tentato di fargli scudo col proprio corpo, fu trafitta da una lancia e lasciata moribonda sullo scoglio. Quando la sventurata riprese i sensi si trovò da sola, in mezzo ai corpi dei morti. Alzando gli occhi al cielo, vide penzolare sull’estremo ciglio di una roccia il cadavere dello sposo. La cronaca di Fra Simone conclude così il suo racconto: “<em>Ogni notte lo spirito di donna Fulgida si vaga su per gli scogli di Rovigliano, invocando il suo sposo Orso ed il figliolo Miroaldo, mentre nugoli di uccelli marini l’accompagnano volandole intorno con i loro luttuosi beceri</em>”. [charme-gallery]Altrettanto affascinante è la storia che circonda un altro celebre isolotto del mare di Partenope, collegato oggi alla terraferma con un lungo pontile: quello di <strong>Nisida</strong>, dal greco Nesís (isola) ma anche Nesida (piccola isola). Si narra, infatti, che nel I secolo a.C. questo pezzo di terra bagnato dal mare ed oggi parte integrante del Comune di Napoli (è sede di un penitenziario minorile), sia stato testimone di un crudele suicidio: quello di Porzia, la coraggiosa figlia di Catone l’Uticense, nonché moglie di Marco Giunio Bruto, uno degli assassini di Giulio Cesare. Dopo la sconfitta (e la morte) del marito nella battaglia di Filippi, la donna decise di togliersi la vita “<em>in tal modo</em> &#8211; scrive lo storico romano Valerio Massimo &#8211; <em>da meritare l’attenzione di tutti i secoli futuri</em>”. Si suicidò ingoiando carboni ardenti poiché nessuno aveva voluto darle un pugnale per trafiggersi. Pare che il drammatico epilogo andasse in scena nella Villa di Bruto che era stata costruita proprio sulle balze della “piccola isola”. (seguirà parte seconda)</p>
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