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	<title>Monumenti Archivio - Charme</title>
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	<description>Tutto il bello e il buono di Napoli e della Campania</description>
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		<title>La Farmacia delle meraviglie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2015 10:01:13 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Insuperato capolavoro del barocco-roccocò, gli Incurabili sono al tempo stesso un antico nosocomio e un intrigante luogo di rappresentanza per l’élite scientifica della storia della medicina a Napoli. La splendida Farmacia storica, l’orto medicinale, la cappella Montalto, il Museo delle Arti sanitarie e il chiostro di Santa Maria delle Grazie con le bellissime Muse Paradisia che costituiscono una tappa imperdibile della scoperta del cuore di Partenope, sulla collina di Caponapoli, dove, fin dalle origini, Napoli ha offerto il meglio di sé. L’Ospedale del Reame fu edificato negli anni Venti del Cinquecento per volontà della nobildonna catalana Maria Longo, donna dotata di innegabili capacità imprenditoriali e dedita all’assistenza dei bisognosi. Volle un luogo di cura per gli Incurabili, i malati di sifilide, malattia arrivata in Italia dopo la scoperta dell’America e diffusasi dal 1494 quando le armate del re Carlo VIII invasero Napoli per poi risalire l’intero Paese. Madonna Longo creò una struttura sanitaria che è sopravvissuta fino ad oggi lasciando alla città un patrimonio artistico insolito e seducente: tra i reparti dell’ospedale emergono spazi dove l’arte resiste al tempo evocando lo splendore di un passato glorioso. Il museo, cui si accede dal cortile degli Incurabili, tra l’elegante piperno, le corti cinquecentesche e le antiche sale dell’ospedale, si articola in due sale espositive, intitolate ai numi tutelari della scuola medica napoletana: Domenico Cotugno e Domenico Cirillo. Sono oltre cento gli oggetti esposti in nove bacheche disposte in due ambienti distinti arricchiti da uno scenografico scalone cinquecentesco. [charme-gallery]E proprio lì, in quel luogo tanto caro alla letteratura e alla storia di Napoli, sono state allestite le due sale, autentiche stanze della meraviglia che riportano alla storia dell’Ospedale del Reame, ai suoi tanti primati sanitari. Artigiani sapienti li forgiarono per gli occhi e le mani di medici che proprio sulla collina di Caponapoli fondarono per intuito, moderazione, disciplina e rigore la Scuola Medica Napoletana. La Farmacia settecentesca è considerata un capolavoro assoluto della scienza medica napoletana d’età illuministica. La successione delle sale, controspezieria &#8211; sala grande &#8211; laboratori, mostra un rigoroso controllo degli spazi costruito su rimandi di colore dalle riggiole ai vasi in maiolica, dagli stigli agli intagli dorati. Domenico Antonio Vaccaro, illustre scultore, architetto e pittore napoletano, nel 1729 eseguì i disegni per la nuova Fabbrica . L’elegante doppio scalone in piperno della farmacia accoglie i visitatori che lungo le rampe salgono alla Loggia impreziosita da portali marmorei sormontati da vasi e mascheroni diabolici. L’impianto interno della farmacia fu allestito da raffinate maestranze napoletane: Fucito per la falegnameria, gli stigli, il grande bancone; Di Fiore e Matarazzo per gli intagli e le dorature; Crescenzio Trinchese per i marmi; i riggiolari Massa per le maioliche. Le pareti sono rivestite da meravigliosi stigli di noce impreziositi da alzate di farmacia in legno dorato. [charme-gallery]Molti vasetti presentano ancora i cartigli originali indicanti il preparato farmaceutico. Un enorme vaso in marmo conteneva un tempo la Teriaca o Triaca: una panacea per tutti i mali che ebbe una straordinaria diffusione nel Medioevo e nel Rinascimento. Il suo nome deriva dal greco theriaké, ovvero “rimedio contro i morsi di animali velenosi” (theìron, animale velenoso, serpente) conteneva, tra i numerosi costituenti, oppio, carne e pelle di vipera. I rimandi alla tradizione magico-alchemica napoletana non intaccano il grande valore scientifico della Farmacia che si inserisce con naturalezza in un itinerario tra storia, scienza ed alchimia che da Caponapoli prosegue, a pochi passi di distanza, lungo i decumani della città, da via Tribunali a Spaccanapoli.</p>
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		<title>Un angolo di Paradiso nel cuore della città</title>
		<link>https://www.charmenapoli.it/arte/visitare-napoli-chiostro-dei-girolamini-angolo-di-paradiso-nel-cuore-di-napoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2015 13:48:29 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A vederlo, cinquecento anni fa, nella dimora dei Serripando, avrebbe fatto senz’altro bella figura. Un pavimento lastricato bianco e blu a cingere, quasi come in un abbraccio, un vecchio pozzo posizionato esattamente al centro della scacchiera di mattonelle. Un ricco cortile, di quelli particolarmente in voga nei palazzi nobiliari dell’antica capitale del Regno di Napoli. Poco più in là, un vero e proprio giardino, copia terrena dell’Eden celeste con il suo verde lussureggiante all’ombra dei porticati. Due modi diversi di concepire un chiostro. Due opere d’arte nel centro storico di Napoli, fuse in un’unica realtà, tutta da visitare: quella della <strong>casa dei padri Oratoriani di San Filippo Neri, meglio noti alle cronache religiose come Girolamini</strong>.</p>
<p>Succede in via Tribunali. Qui, infatti, in una delle <em>insulae</em> che un tempo costituivano il nucleo originario della Partenope antica, sorge uno dei monumenti più imponenti della città: la chiesa dedicata alla <strong>Natività di Maria e a Tutti i Santi</strong>. L’impianto fu costruito tra la fine del ‘500 e i primi anni del ‘700 al posto dello storico palazzo dei <strong>Serripando</strong>, casato che aveva dato i natali a uno dei campioni della Controriforma, il cardinale Girolamo Serripando, capo degli Agostiniani. Gli spazi, i vani e molti dei pavimenti dell’antica dimora, donata agli Oratoriani dall’allora arcivescovo, furono inglobati nel nuovo complesso edificato a pochi passi dalla cattedrale.[charme-gallery]</p>
<p>Una sorte non nuova a Napoli, toccata anche ad altri edifici patrizi come quello del principe <strong>Sanseverino</strong> destinato a diventare la chiesa del Gesù Nuovo. Grazie ad acquisizioni e donativi di terreni da parte dei fedeli e all’abbattimento di alcuni caseggiati, i <strong>Girolamini</strong> lo ampliarono, facendone uno dei più grandi in assoluto della capitale. La nuova chiesa degli Oratoriani, nelle sue forme classicheggianti, sembra discostarsi dalle altre strutture sorte, nel corso dei secoli, nella città del Vesuvio. La “casa” dei Girolamini, infatti, ha un’impronta monumentale tipica del Rinascimento toscano. Vero fiore all’occhiello del complesso, tuttavia, sono proprio i due chiostri. Il primo, detto maiolicato, fu realizzato grazie all’inventiva di Giovanni Antonio Dosio. Il secondo reca la firma degli architetti Dionisio di Bartolomeo e Dionisio Lazzari.[charme-gallery]</p>
<p>Il più piccolo dei due spazi deve il suo nome ai colori delle piastrelle che si alternano sul pavimento. Mattonelle in cotto e in maiolica bianche e blu che si rincorrono quasi a formare una fitta scacchiera. Il complesso porticato che lo racchiude fu realizzato alla fine del ’500, utilizzando il preesistente spazio del cortile del palazzo. Al centro del pavimento svetta un pozzo che risale al XVI secolo. A pochi passi dal chiostro piccolo ecco il secondo e più lussureggiante “chiostro dell’Aranceto” &#8211; così detto dalle coltivazioni degli aranci &#8211; o “chiostro grande”. A tutti gli effetti, una sorta di giardino seicentesco. L’area con le piante si trova ad una quota più bassa rispetto a quella del suolo ed è collegata all’ambulacro, il corridoio che cinge il coro e l’abside della chiesa, tramite una scala. Scorciatoia, è proprio il caso di dirlo, per l’angolo di paradiso riservato ai Girolamini.</p>
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		<title>I sogni (realizzati) dei Borbone -Seconda Parte &#8211; Il Real Setificio di San Leucio</title>
		<link>https://www.charmenapoli.it/storia/visitare-visita-storia-setificio-san-leucio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jan 2015 10:41:17 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A pochi chilometri dalla <strong>Reggia di Caserta</strong>, della quale abbiamo parlato nella prima parte, e che è  vero e proprio angolo di paradiso urbano e oggi uno fra i monumenti più visitati in Italia insieme agli <strong>scavi di Pompei</strong>, sorge il complesso di <strong>San Leucio</strong>, detto anche del “Belvedere” per la straordinaria vista panoramica sulle campagne, il Vesuvio e Capri che si può godere dall’alto del colle omonimo.</p>
<p>Fu qui che <strong>Carlo III di Borbone</strong>, intorno alla metà del XVIII secolo, pensò di costruire una elegante riserva di caccia, dotandola di ogni comfort. Quasi un appendice della non distante Reggia che proprio allora iniziava a vedere la luce. E fu qui che pochi anni più tardi, il figlio <strong>Ferdinando</strong>, rivoluzionando completamente il progetto del padre, inaugurò le prime officine tessili d’eccellenza del <strong>Regno di Napoli</strong>, impiantandovi un sistema sperimentale di lavorazione della seta. Vi furono messi a lavorare operai scelti, esperti nella filatura e nella tessitura. La vita di quei manovali era scandita dal ritmo lavorativo: raramente uscivano da San Leucio e nei pochi casi che lo facevano, per via della loro uniforme con le ghette bianche, venivano chiamati “Ciampa Bianca” (zampa bianca).</p>
<p>Pensò proprio a tutto, Ferdinando: dalla coltivazione del baco da seta al prodotto finito, passando per filatura, tintura e tessitura. Tutto il ciclo di produzione veniva eseguito all’interno della cittadella, dalla A alla Zeta, grazie a specifici strumenti per ciascuna fase di lavorazione. Vi erano i laboratori con enormi e ingegnose macchine a energia idraulica utilizzate per filare e avvolgere la seta; c’erano poi altrettante attrezzature per misurare la lunghezza del filo, per pettinarlo e poi gli enormi telai, ad altezza singola o doppia, utilizzati per tessere gli splendidi copriletto che hanno abbellito, e ancora abbelliscono, le più famose regge del mondo e che hanno reso famosa la manifattura serica di San Leucio.</p>
<p>Per poter controllare personalmente la produzione della seta, il re fece impiantare le fabbriche all’interno del palazzo, separate dai suoi appartamenti semplicemente da una porta. E con costanza veniva a osservare il lavoro dei dipendenti, a compiacersi per lo splendore delle produzioni, a verificare che tutti i macchinari funzionassero alla perfezione. Ma la grandezza del progetto di Ferdinando I non era solo nell’aspetto produttivo, quanto in quello amministrativo e gestionale. Ogni famiglia, infatti, aveva una casa su due piani, divisa in zona notte e zona giorno. E poi ciascuno aveva l’orto personale, dove coltivare i generi di prima necessità. E ancora, tutti – uomini e donne – potevano andare a scuola, dalle elementari alle scuole di specializzazione, perché ognuno aveva diritto e doveva essere in grado di garantirsi un futuro. Insomma: una vera e propria cittadella indipendente il cui funzionamento era legato a uno specifico Codice delle leggi che sanciva l’autonomia e ne regolamentava il funzionamento ispirandosi a valori quali uguaglianza e solidarietà.</p>
<p>Una cittadella coccolata e osannata dal sovrano di Napoli, che per quel borgo aveva scelto pure un nome: “Ferdinandopoli”. Un insediamento che purtroppo andò distrutto per sempre con il passaggio del trono di Napoli alla corona sabauda. Oggi ciò che resta di quello straordinario e innovativo esperimento sociale è il “Museo della seta”, un prezioso contenitore di meraviglie ricavato nel Palazzo del Belvedere, insieme con i giardini e la splendida Casa del Tessitore, valido esempio di abitazione operaia di fine XVIII secolo. C’è il complesso monumentale, dunque. Tutto da vedere e da scoprire. E il vicino borgo di San Leucio dove ancora oggi vivono e operano gli artigiani e i maestri della seta. Oggi come duecento anni fa.</p>
<p><strong>Reggia di Caserta<br />
</strong>Viale Douhet, 2/a &#8211; Caserta<br />
Tel. +39.0823 277468<br />
<a href="http://www.reggiadicaserta.beniculturali.it" target="_blank">www.reggiadicaserta.beniculturali.it</a></p>
<p><strong>Complesso Monumentale </strong><strong>del Belvedere di San Leucio<br />
</strong>Via Atrio Superiore<br />
San Leucio &#8211; Caserta<br />
Tel. 800.411515<br />
<a href="http://www.sanleucio.it" target="_blank">www.sanleucio.it</a></p>
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		<title>I sogni (realizzati) dei Borbone &#8211; Prima parte &#8211; La Reggia di Caserta</title>
		<link>https://www.charmenapoli.it/storia/storia-visita-visitare-reggia-di-caserta-vanvitelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jan 2015 16:09:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Itinerari]]></category>
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		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo III di Borbone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sogni di teste coronate sbocciati in Terra di Lavoro. La Reggia di Caserta da un lato, dimora regale voluta da Carlo III di Borbone per emulare i fasti della corte di Versailles. Il Real Setificio di San Leucio dall’altro, grande scommessa di Ferdinando I che su quel colle posto a un tiro di schioppo da [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sogni di teste coronate sbocciati in Terra di Lavoro. La <strong>Reggia di Caserta</strong> da un lato, dimora regale voluta da <strong>Carlo III di Borbone</strong> per emulare i fasti della corte di <strong>Versailles</strong>. Il <strong>Real Setificio di San Leucio</strong> dall’altro, grande scommessa di <strong>Ferdinando I</strong> che su quel colle posto a un tiro di schioppo da Caserta volle istituire la sua “Ferdinandopoli”, trasformando una lussureggiante riserva di caccia, in un centro manifatturiero di straordinaria e inimitabile eccellenza.</p>
<p>Chi oggi dovesse decidere di trascorrere un week end nella provincia casertana, magari approfittando proprio dei giorni delle festività natalizie, bene farebbe a optare per questi due itinerari dal fascino antico, visitando prima l’uno e poi l’altro. Perché l’uno è collegato all’altro. D’altronde, basta sfogliare i libri di storia per capire di quali bomboniere architettoniche stiamo parlando. Serve a qualcosa dire che gli Alleati, negli anni della <strong>Seconda Guerra Mondiale</strong>, scelsero proprio la dimora regale come quartier generale durante la loro avanzata verso Roma? O che lo stesso Garibaldi vi si stabilì una volta conquistata Napoli? E che dire dei tanti set cinematografici allestiti nell’immenso parco verde del palazzo progettato dal genio di Vanvitelli e delle migliaia e migliaia di turisti che ogni anno si fermano, estasiati, ad ammirarne le magnifiche stanze?</p>
<p>Pensate che l’effetto sia diverso visitando il complesso di San Leucio? Allora significa che non avete mai visto com’è fatta una meraviglia tutelata dall’Unesco, capace di sfornare, nei secoli d’oro del Regno di Napoli, pezzi unici e sublimi. Tende, arazzi e broccati che ancora oggi arredano le stanze del Vaticano e quelle del Quirinale.</p>
<p>Pochi sanno che ideando la Reggia di Caserta, il futuro re di Spagna sognava di trasferire le principali strutture amministrative del reame nella ricca cittadina di campagna, spostando altrove il cuore della city. Fu per questo che Carlo III pensò a un progetto a dir poco ambizioso affidandolo nelle mani dell’architetto <strong>Luigi Vanvitelli</strong>. Erano quelli, d’altronde, gli anni in cui non c’era corte in Europa che non guardasse con un pizzico di invidia alla celebre residenza voluta dal Re Sole alle porte di Parigi. Fu così che re Carlo ordinò che ne venisse costruita una più o meno identica, anche per la propria casata. Una dimora così grande e bella da poter reggere il confronto con quella costruita a Versailles. Nacque così la Reggia di Caserta, oggi dichiarata patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco. Un complesso residenziale che, con i suoi giardini, lunghi circa 2 chilometri e mezzo, è tra i più grandi del Vecchio Continente.</p>
<p>La cerimonia solenne della posa della prima pietra, immortalata nell’affresco di Gennaro Maldarelli, che campeggia nella volta della Sala del Trono, avvenne il 20 gennaio del 1752. I lavori durarono diversi anni, ma l’opera rimase, sia pur parzialmente, incompiuta. Nel marzo del 1773, infatti, Vanvitelli morì lasciando la direzione dei lavori al figlio Carlo il quale incontrò non poche difficoltà a ultimare il progetto secondo le idee concepite dal più illustre genitore. Nel 1795, poi, Carlo III salì al trono di Spagna e lasciò Napoli per Madrid, abbandonando anche il sogno della “Versailles casertana”. Ufficialmente, la reggia fu ultimata nel 1780. Ma tanto ci sarebbe stato ancora da fare per completare il tesoro vanvitelliano.</p>
<p>Il palazzo reale conta ben 1.200 stanze, molte delle quali superbamente decorate e arricchite. Il parco della Reggia, poi, è uno dei più grandiosi e monumentali al mondo. Lungo il suo percorso si snodano fontane (bellissima quella della Margherita), sculture e specchi d’acqua. Ma anche un rarissimo giardino inglese, con una gran varietà di piante, serre, aiuole e un piccolo lago. Sullo sfondo spicca la Grande Cascata: una striscia bianca scavata nella roccia, con l’acqua che scorre nel complesso monumentale di Diana e Atteone, come a chiudere in un unico magico intreccio il sogno incompiuto dei re Borbone. (seguirà)</p>
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		<title>Perle di pietra che brillano in città</title>
		<link>https://www.charmenapoli.it/storia/perle-di-pietra-che-brillano-citta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Nov 2014 11:15:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dicono che derivi dall’antica parola portoghese “barroco”, perla scaramazza, non coltivata, asimmetrica. Ma non manca chi l’associa al francese “baroque”, sinonimo di “stravagante, bizzarro”. Quale che sia l’origine del termine, è a Napoli che il Barocco diventò arte e che il gusto per l’estro e la fantasia assunse al rango di religione. Nella Culla di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dicono che derivi dall’antica parola portoghese “barroco”, perla scaramazza, non coltivata, asimmetrica. Ma non manca chi l’associa al francese “baroque”, sinonimo di “stravagante, bizzarro”. Quale che sia l’origine del termine, è a Napoli che il Barocco diventò arte e che il gusto per l’estro e la fantasia assunse al rango di religione. Nella Culla di Partenope, architetti e scultori di fama internazionale diedero vita, nel corso del ’600 e del ’700, ad alcuni tra i capolavori più celebri del secolo dell’assolutismo monarchico: chiese, palazzi, fontane, guglie. Autentici monumenti all’arte della meraviglia con le loro forme complesse e teatrali, volte a suscitare stupore nei visitatori. Nel nostro viaggio alla scoperta della Napoli… “scaramazza” si parte proprio dalle fontane, piccoli gioielli di architettura, scultura e ingegneria che fin dai secoli della Magna Grecia occuparono un posto di rilievo nel tessuto urbanistico partenopeo. Quello dell’approvvigionamento idrico, è risaputo, fu un problema alla cui risoluzione lavorarono per primi gli architetti venuti dalla terra di Ulisse. Toccò a loro scavare quella fitta rete di cunicoli che tuttora caratterizza il ventre di Megaride. E fu sempre grazie all’opera degli antichi colonizzatori che Neapolis conobbe le prime fontane cittadine. Nella prima metà del Cinquecento, in concomitanza col boom demografico, la città iniziò a riempirsi di vasche, piscine e fontane dalle forme sempre più eleganti e stravaganti. Alcune di quelle opere furono edificate a ridosso di mura, chiese e palazzi, per non intralciare gli slarghi pubblici. Non mancarono, ovviamente “monumenti idrici” costruiti anche per motivi celebrativi e posizionati nei luoghi simbolo della metropoli come l’area di palazzo reale, i giardini di Santa Lucia e i moli del porto. Significativo, da questo punto di vista, il destino riservato alla fontana del Nettuno, vero e proprio fiore all’occhiello del Centro storico, la cui origine risale alla fine del ’500. All’opera lavorò un vero e proprio stuolo di scultori e architetti, tra i quali vanno menzionati artisti del calibro di Pietro Bernini, Domenico Fontana, Cosimo Fanzago e Michelangelo Naccarino. La fontana, voluta dal viceré duca di Medina e sottoposta, nel corso dei secoli, a numerosi ritocchi e restauri, cambiò più volte posizione fino a quando, nel 2001, è tornata nella seicentesca sede di via Medina, lasciando, dopo quasi duecento anni, la storica cornice di piazza Borsa. Quello che colpisce della vasca (cinta da un’ampia balaustra) sono i due mostri marini che versano l’acqua nella piccola piscina centrale, a sua volta adornata con delfini che cavalcano tritoni. In alto, al centro del monumento, irti su uno scoglio, due ninfe e due satiri reggono la statua del dio Nettuno con tanto di tridente, da cui sgorga l’acqua. [charme-gallery]Bella da vedere, è anche la fontana del Gigante o dell’Immacolatella, una delle più famose di tutta Napoli. La struttura, spettacolo di archi monumentali che sovrastano una vasca centrale decorata con due animali marini (con ai lati altrettante vaschette adornate con statue fluviali), troneggia a un tiro di schioppo da Castel dell’Ovo, nel cuore della curva che si spalanca all’incrocio tra via Partenope e via Nazario Sauro, uno degli angoli più suggestivi del capoluogo per il colpo d’occhio che si spalanca sul mare del Golfo e il Vesuvio. Si tratta di una costruzione che risale agli inizi del Seicento, e a cui lavorarono Bernini e Naccherino. Degna di nota, e non poteva essere altrimenti, resta un’altra celebre fontana partenopea: quella del Sebeto  (o del Fonseca), situata alla fine di via Caracciolo (dove fu trasferita nel 1939). Simile nelle forme a quella dell’Immacolatella,  la fontana è caratterizzata da un arco all’interno del quale è incastonata la statua del mitico fiume che un tempo bagnò Neapolis. L’intero complesso poggia su un grosso blocco su cui sono posizionate tre vasche arricchite, ai lati, da due obelischi con le statue di due tritoni. Tra le fontane barocche più emblematiche di Napoli un posto di rilievo occupano anche la fontana di Monteoliveto (detta anche di Carlo II o “re Carluccio”), quella del Naccherino (o di Santa Lucia) e la fontana della Sellaria. L’impianto di Monteoliveto fu fatto innalzare nel 1669 dal viceré don Pietro d’Aragona, per celebrare l’allora giovane sovrano di Spagna. Quello disegnato da Michelangelo Naccherino, oggi situato negli spazi della Villa Comunale, risale, invece, all’inizio del XVII secolo: il monumento si caratterizza per la ricchezza dei bassorilievi. A volerlo fu il viceré Juan Alonso Pimentel de Herrera duca di Benevento. Al 1649 risale, invece, la fontana della Sellaria (dal 1889 trasferita in via del Grande Archivio), costruita con i soldi di una colletta promossa dai proprietari delle case dell’antico rione. [charme-gallery]La fontana di “re Carluccio”, più volte rimaneggiata nel corso degli anni, mostra una vasca a tre sporgenze rotonde, al cui centro si erge un piedistallo sormontato da tre leoni e tre aquile. Più in alto, quasi ad esaltare il trionfo della scultura, troneggia un obelisco a base triangolare su cui poggia la statua in bronzo del sovrano. E proprio parlando di obelischi l’attenzione non può che spostarsi su un’altra delle figure architettoniche più caratteristiche di Napoli. Si tratta di monumenti dalle forme particolari, autentiche piramidi arricchite di sculture, che si arrampicano verso il cielo. Sorta di “gigli di pietra”, guglie e obelischi si ispirano alle tante macchine da festa che in quei secoli venivano utilizzate in città in segno di devozione alla Madonna e di cui resta traccia nelle celebri feste di Nola e Barra. Senz’ombra di dubbio la “macchina di pietra” più famosa di tutta Napoli, ma anche quella più misteriosa per i racconti popolari che la caratterizzano, resta quella dell’Immacolata. La guglia, è situata in piazza del Gesù Nuovo, proprio a ridosso della Chiesa dei padri gesuiti. Eretto nel corso del XVIII secolo, l’impianto è rivestito da sculture in marmo e presenta, proprio sulla sommità, una caratteristica statua in rame dell’<em>Immacolata</em>. Una curiosa leggenda legata alla particolare forma dell’obelisco ed alle tante sculture che lo adornano, parla di strane figure e addirittura dell’immagine stessa della morte che sembrerebbe fare capolino solo in particolari momenti del giorno, grazie a un particolare gioco di luci ed ombre o semplicemente guardando posteriormente la statua. Altri celebri obelischi sono quello di San Domenico, la guglia commissionata a metà del XVII secolo dai padri domenicani nella centralissima piazza San Domenico Maggiore, un tempo cuore della city angioina, e l’obelisco di San Gennaro, probabilmente il più antico “pinnacolo” di tutta Partenope. Eretto nel 1636 dai committenti della deputazione del Tesoro come grazia per lo scampato pericolo dell’eruzione del 1631,l’obelisco di San Gennaro, dovuto all’opera di Cosimo Fanzago, è situato in piazza Riario Sforza ed è composto da una specie di blocco quadrangolare sulla cui sommità veleggiano, quasi, le sculture di quattro angeli che fanno da cornice alla statua del Santo Patrono.</p>
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		<title>Reggia di Capodimonte, bomboniera nel bosco dei re</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jul 2014 15:40:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Altro che reggia: un Eden in terra! Come altrimenti definire il Palazzo Reale di Capodimonte? E sì che, in fatto di lusso e comodità, i sovrani di Partenope se ne intendevano. Vuoi mettere una dimora sfarzosa edificata nel cuore di un bosco verde e lussureggiante, praticamente a pochi chilometri dal centro? Una sede fresca d’estate, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Altro che reggia: un Eden in terra! Come altrimenti definire il <a href="http://www.polomusealenapoli.beniculturali.it/museo_cp/museo_cp.html" target="_blank"><strong>Palazzo Reale di Capodimonte</strong></a>? E sì che, in fatto di lusso e comodità, i sovrani di <a title="La Sirena rifiutata ammaliò Napoli" href="http://www.charmenapoli.it/storia/leggende-storia-la-sirena-partenope-rifiutata-ammalio-napoli/" target="_blank"><strong>Partenope</strong> </a>se ne intendevano. Vuoi mettere una dimora sfarzosa edificata nel cuore di un bosco verde e lussureggiante, praticamente a pochi chilometri dal centro? Una sede fresca d’estate, calda d’inverno. Il luogo ideale in cui ritirarsi per staccare la spina e ritemprare corpo e mente: eccola la bomboniera dei <a href="http://www.realcasadiborbone.it/" target="_blank"><strong>Borbone</strong></a>. Un gioiello adagiato sui verdi pendii della collina napoletana. Nonché, complice un parco immenso e rigoglioso, il posto preferito da generazioni e generazioni di napoletani per banchettare nel giorno del lunedì in Albis.</p>
<p>Pensate: il parco di Capodimonte, un tempo noto come “Real bosco di Capodimonte”, è il maggior sito a verde pubblico di tutto il capoluogo campano e si estende su un&#8217;area di 134 ettari. E’ per questo che nel giorno di <a title="Napoli e le sue chiese nel “gran tour” di Pasqua" href="http://www.charmenapoli.it/itinerari/napoli-le-sue-chiese-nella-sacra-passeggiata-di-pasqua/" target="_blank"><strong>Pasquetta</strong> </a>viene letteralmente preso d’assalto da centinaia e centinaia di visitatori armati di uova e “<a title="Una corona dal gran gusto. Il Casatiello" href="http://www.charmenapoli.it/sapori/ricette-cucina-napoletana-il-casatiello/" target="_blank"><strong>casatiello</strong></a>” ed attratti dalla magnificenza di un posto che non ha eguali al mondo.</p>
<p>Vi si può accedere attraverso tre varchi: <strong>Porta Grande</strong>, che si apre all&#8217;inizio di via Ponti Rossi; <strong>Porta Piccola,</strong> quella probabilmente più famosa, che spalanca i propri battenti lungo via Miano (la strada che costeggia buona parte del perimetro del parco). E infine <strong>Porta Bellaria</strong>, sempre su via Miano, ma un po’ più a nord rispetto al varco di porta Piccola.</p>
<p>[charme-gallery]</p>
<p>Il bosco della Reggia ha una caratteristica tutta napoletana: alterna ampi spazi pianeggianti a valloni attraversati da piccoli corsi d’acqua e zone ricche di cave, caratteristica tipica delle colline della terra di Partenope. Come se non bastasse, l’area immediatamente adiacente il palazzo reale è caratterizzata dalla presenza di ampi prati su cui spiccano varie specie vegetali e piante dai fusti secolari, insieme con alcuni fabbricati risalenti al XVIII secolo tra cui il <strong>Casino dei Principi</strong>. E’ da qui che si dipana un antico accesso interno detto “<strong>Porta di Mezzo</strong>”. Una porta, un tempo usata dai re, che consente di penetrare direttamente nel cuore del bosco attraverso cinque grossi viali dai quali si diramano, a loro volta, almeno un centinaio tra strade, vialetti e sentieri.</p>
<p>I cinque vialoni, quasi come ad abbracciare l’intero parco, disegnano un grande semicerchio addobbato con dodici statue di fattura settecentesca. Conducono in una zona del Real Bosco in cui insistono vari fabbricati tra cui la <strong>Chiesa di San Gennaro</strong> (opera di Ferdinando Sanfelice); la <strong>Real Fabbrica delle Porcellane</strong>, l&#8217;<strong>Edificio Torre</strong>, il <strong>Casino della Regina</strong>, il <strong>Fabbricato Cataneo</strong> e l’<strong>Eremo dei Cappuccini</strong> (costruito nel 1819).</p>
<p>La storia racconta che in origine l’idea fu quella di sfruttare questo enorme polmone verde che si trova praticamente alle porte della città, per ricavarne una grande riserva di caccia per il re di Napoli e, al suo servizio, una residenza di corte dove l’allora sovrano, <strong>Carlo di Borbone</strong>, avrebbe potuto assecondare la passione venatoria, grazie all’abbondanza di beccafichi, e poi magari, al calare del sole, distrarsi ancora con cavalieri e nobildonne. Insomma, almeno all’apparenza, quello di Capodimonte avrebbe dovuto essere solo uno dei tanti siti reali che, di lì a poco, sarebbero nati un po’ in tutta la regione, per favorire gli svaghi del re e del suo seguito di cortigiani. Con una differenza, però. Quello della collina, infatti, nasceva sì come “dependance” reale, ma praticamente a ridosso della città. Quasi alle porte della capitale: una specie di succursale urbana del più centrale e imponente palazzo reale. Insomma: una “<a title="La riserva di caccia con grandi tesori" href="http://www.charmenapoli.it/arte/napoli-reggia-museo-capodimonte-riserva-di-caccia-con-grandi-tesori/" target="_blank"><strong>seconda casa</strong></a>” per re Carlo.</p>
<p>[charme-gallery]</p>
<p>Non a caso, proprio perché sempre più frequentato e preferito dalla corte, nel giro di pochi anni, si pensò di farne una vera e propria residenza capace di ospitare anche una parte delle prestigiose <a href="http://www.charmenapoli.it/arte/la-collezione-di-carlo-borbone-brilla-sotto-le-volte-della-reggia-di-caserta/" target="_blank"><strong>collezioni artistiche</strong></a> che il fondatore del Regno aveva avuto in dono da sua madre <strong>Elisabetta Farnese</strong>, moglie del re di Spagna Filippo V e ultima erede delle fortune del celebre casato dei Farnese di Parma. Si parla di collezioni, ma che collezioni! Si rivelarono la fortuna di Capodimonte! Di lì a poco, infatti, nelle stanze della Reggia trovarono posto capolavori di Tiziano e Raffaello, El Greco, Correggio e Parmigianino, dei Carracci, ma anche numerosi dipinti di scuola fiamminga. E ancora: le sculture di Martini, del Giambologna e tutta una serie di reperti e gioielli preziosi che andarono ad addobbare una vera e propria “camera delle meraviglie”.</p>
<p>Opere mozzafiato che, unite alle altre raccolte che, via via, furono acquisite nel corso degli anni, tra cui porcellane, arazzi, armi e argenti di casa Borbone, e quelle incamerate tra soppressioni monastiche, acquisti o donazioni successive all’unità d’Italia, resero la reggia, a distanza di quasi tre secoli dalla sua fondazione, un museo di fama internazionale.</p>
<p>Seppure dagli inizi dell’800, in concomitanza con l’arrivo dei <strong>Savoia</strong>, il palazzo reale fosse stato utilizzato esclusivamente come residenza di corte, già da prima, in particolar modo negli anni del “<strong>Grand Tour</strong>”, capitava che funzionasse anche come foresteria per visitatori e studiosi stranieri che vi accorrevano per ammirare la qualità delle opere esposte ed assaporare la magia del suo rigoglioso bosco che nel frattempo re <strong>Ferdinando II delle Due Sicilie</strong> aveva trasformato in giardino all&#8217;inglese, assicurandogli quell’aspetto che oggi lo caratterizza.</p>
<p>Tra i primi a essere ospitati in quelle sfarzose stanze del palazzo figurarono Winkelmann, Goethe e, tra gli artisti Antonio Canova. E non a caso si è parlato di “sfarzose” stanze. Basta percorrerle, passando dalla galleria artistica al <strong>salottino di porcellana</strong> di Maria Amalia fino all’appartamento storico per capire di quale ricchezza siano dotati questi ambienti, di quale meraviglia e magnificenza risplendano le testimonianze artistiche in mostra in queste sale regali che ancora sembrano riecheggiare del cicaleccio e del frusciar di sete delle dame di corte. Basta chiudere gli occhi e si viene catapultati all’indietro nel tempo in uno dei più incredibili e affascinanti viaggi che solo la favolosa storia di Partenope è in grado di offrire.</p>
<p>[charme-gallery]</p>
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		<title>Nel cuore della valle fucina di Santi e Beati</title>
		<link>https://www.charmenapoli.it/storia/badia-benedettina-corpo-di-cava/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jan 2014 13:56:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una perla di fede incastonata nel cuore del monte Finestra. La Badia Benedettina della Santissima Trinità sorge nella valle solcata dalle acque del ruscello Selano, a un tiro di schioppo dal suggestivo borgo medievale di Cava dei Tirreni, meglio conosciuto come “Corpo di Cava”. Per raggiungerla occorre inerpicarsi lungo i pendii di una strada asfaltata, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una perla di fede incastonata nel cuore del monte Finestra. La<strong> Badia Benedettina della Santissima Trinità</strong> sorge nella valle solcata dalle acque del ruscello Selano, a un tiro di schioppo dal suggestivo <b>borgo medievale di </b><strong>Cava dei Tirreni</strong>, meglio conosciuto come “Corpo di Cava”. Per raggiungerla occorre inerpicarsi lungo i pendii di una strada asfaltata, attraversando boschi e campi coltivati. Su, sempre più su. Fino a costeggiare le mura del villaggio fondato nell’XI secolo da Sant’Alferio e poi ingrandito dall’abate Pietro I.</p>
<p>La facciata dell’abbazia appare come per magia, appena svoltata l’ultima curva: la prima impressione che se ne ricava è quella di un piccolo edificio. Ma l’apparenza inganna perché l’armonica struttura nasconde ben altro. E ciò che balza agli occhi è la maestosità di un complesso architettonico di forme grandiose: un monumento che trasuda storia e santità, arte e religiosità.</p>
<p>La Badia della Trinità fu fondata dal <b>principe Alferio</b>, un nobile longobardo di origini salernitane, destinato, più tardi, alla grandezza degli altari.  Imparentato con il duca di Salerno Guaimario III, di cui fu anche ambasciatore, Alferio, toccato dalla fede, decise di trascorrere il resto della propria vita da eremita e nel 1011 si ritirò sotto la grande <b>grotta Arsicia</b>.</p>
<p>Il suo esempio fu presto seguito da decine di discepoli, attratti dalla fama di santità del principe cristiano. Pur continuando ad abitare in una celletta ricavata all’interno della grotta, Alferio pensò bene di edificare un piccolo monastero, in modo da poter dare ospitalità agli altri eremiti che, come lui, avevano deciso di consacrare l’esistenza al Signore. Fu questa l’origine dell’abbazia (che nel 2011 ha festeggiato il suo primo millennio).</p>
<p>Alferio morì il 12 aprile del 1250 e il suo corpo fu sepolto nella grotta dell’Arsicia, oggi inglobata nel complesso della Trinità. Al nobile salernitano successero i suoi numerosi discepoli, tra cui si distinsero non pochi futuri santi e beati come San Leone I (1050-1079) San Pietro I (1079-1123) e San Costabile (1123-24), solo per citarne alcuni. Tra questi, Pietro I, che fu nipote di Alferio, si distinse particolarmente. Fu lui, infatti, a decidere l’ampliamento del monastero trasformandolo in una potente congregazione monastica con numerose “succursali” sparse un po’ in tutto il Sud Italia.[charme-gallery]</p>
<p>L’abbazia di Cava costituì per i Papi un caposaldo di cui potevano fidarsi ad occhi chiusi. Ma anche un punto di riferimento per la popolazione circostante per la cui difesa i successori di Alferio si prodigarono non poco, come accadde nel caso di San Costabile e del Beato Simeone, i quali costruirono il <b>castello dell’Angelo</b>, detto poi <strong>Castellabate</strong>, per proteggere gli abitanti dalle invasioni dei saraceni. Non si occupavano, però, solo di questo i monaci dell’abbazia. Oltre ad aiutare i bisognosi, costoro gestivano, infatti, anche ospizi e ospedali, ed esercitavano il ministero pastorale nei monasteri dipendenti.</p>
<p>Durante i secoli della sua storia, la badia del monte Finestra andò, via via, arricchendosi di  molte opere d’arte: affreschi, mosaici, sarcofaghi, sculture, ma anche quadri, codici miniati e oggetti preziosi. Buona parte di questo patrimonio fu dovuto all’opera dei monaci e a quella di altri artisti. Tra i reperti figurano però anche numerosi ritrovamenti, acquisti e donazioni, come nel caso dei sarcofagi romani, di alcuni quadri e delle tante costruzioni di epoca romana o medievale recuperati all’interno della grotta Arsicia prima della venuta di Alferio. Risale, invece, agli anni della Controriforma la fondazione, per opera dell’abate Vittoriano Manso, della rinomata Biblioteca mentre, nel corso dei secoli XVI-XVIII, l’abbazia fu rinnovata anche dal punto di vista architettonico, con la ricostruzione della chiesa, l’edificazione del seminario e del noviziato e l’allargamento del monastero. Opere promosse dall’abate Giulio De Palma.</p>
<p>Dell’antica basilica medievale restano oggi un ambone cosmatesco del XII secolo e la <strong>Cappella dei Santi Padri</strong>, ristrutturata nel 1641. Nelle altre cappelle dell’abbazia sono custoditi un pregiato paliotto marmoreo (XI secolo), alcune sculture di <strong>Tino di Camaino</strong> e un ricco <b>pavimento in maiolica</b> del XV secolo.</p>
<p>Di tutto rilievo sono anche il <b>chiostro</b> (XIII secolo), situato proprio sotto la roccia incombente della montagna; la duecentesca <b>sala del Capitolo Antico</b> (adiacente al chiostro), di chiara impronta gotica; la <b>cripta longobarda</b> del XII secolo e la <b>Cappella</b><b> di San Germano</b> (1280).</p>
<p>Insieme alla <b>Biblioteca Cavense</b>, l’abbazia cavese è conosciuta anche per il suo celebre archivio, un’opera che risale al 1025, quando il principe Guaimario III e suo figlio Guaimario IV, concessero, con tanto di diploma, a Sant’Alferio la proprietà della grotta Arsicia con il circostante territorio. Da quel momento ebbe inizio la raccolta di bolle, donazioni, diplomi, privilegi, atti, e lasciti testamenti: documenti, tuttora custoditi nell’archivio, riordinati, in maniera sistematica, a partire dai primi anni del Seicento.</p>
<p>Discorso a parte va invece fatto per il <b>Villaggio del “Corpo Di Cava”</b>, le cui sorti sono legate a doppia mandata ai destini della Badia cavese. Il borgo, collegato alla sovrastante abbazia attraverso una suggestiva scalinata, fu voluto, infatti, dallo stesso fondatore del monastero che già nel 1012 fece erigere ai piedi della montagna un ospizio per i poveri e i pellegrini insieme ad alcune abitazioni destinate ai meno abbienti.</p>
<p>I primi abitanti del “Corpo” furono i contadini delle terre circostanti e i lavoranti addetti all’ospizio. Successivamente, per volontà di San Pietro abate, iniziarono a trasferirsi nel Corpo anche i primi abitanti della vallata, tra cui magistrati, funzionari deputati all’amministrazione dell’abbazia e commercianti. Con loro si trasferirono nell’ospizio anche le famiglie dei lavoratori della Badia. Divenuto, ben presto, troppo stretto l’edificio, intorno al 1082, Pietro provvide ad aumentarne il volume, salvo poi edificare un nuovo edificio che fu ubicato nella cappella della SS. Annunziata, proprio all’ingresso del paese.</p>
<p>Dieci anni più tardi, l’abate provvide a munire il villaggio di possenti mura sormontate da torrioni (otto in tutto) con tre porte aperte lungo il perimetro. All’interno della rocca sorsero, in quegli anni, un tribunale del monastero e una corporazione dei magistrati, dei giudici e dei notai detta il “Corpo”: da qui il nome che la borgata ha assunto e che porta ancora oggi.</p>
<p>Con il trascorrere degli anni, le fortificazioni andarono incontro a un progressivo degrado. Nel 1265 furono addirittura abbattute da Manfredi, figlio naturale di Federico II, che durante la guerra tra Carlo d’Angiò e gli eredi del casato svevo, trovò rifugio proprio all’interno del borgo. Ciò che rimane, oggi, dell’antica fortificazione, restaurata in parte dagli Aragonesi, insieme ai resti delle mura, è il grosso torrione cilindrico, con sopra impresso lo stemma coronato di Ferrante d’Aragona (datato 1496), che fa ombra alla Porta Maggiore. Addossata alla torre vi è anche la calcara alimentata dalle rocce di Monte Crocella. Tra le perle custodite tra i vicoli e le stradine spicca senz’altro la <b>chiesa di Santa Maria Maggiore</b> (edificata tra il 1079 e il 1092) che fu anche la prima cattedrale di Cava de’ Tirreni. A poca distanza dal duomo sorge la <b>cappella della Confraternita dello Spirito Santo</b>. E, attigua alla chiesa di Santa Maria Maggiore, quella della Petrasanta, che fu innalzata in ricordo del passaggio di papa Urbano II a Cava. Di importanza storica è anche l’<b>antico lavatoio di via Casa De Santis</b>, restaurato nel 1881, che prende acqua dalla fonte posta sotto la chiesa di Santa Maria Maggiore.</p>
<p>Il clima fresco, l’aria salubre e la bellezza della montagna trasformarono questo borgo incantato in un piacevole soggiorno estivo. Gettonatissimo da nobili e vip, non solo meridionali. Tra quanti erano soliti villeggiare tra le verdi colline cavesi vi fu anche il poeta napoletano Salvatore Di Giacomo.</p>
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		<title>Cascate, fontane, giardini: l&#8217;altra faccia della Reggia di Caserta</title>
		<link>https://www.charmenapoli.it/storia/reggia-caserta-fontane-giardini-altra-faccia-del-palazzo-reale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Sep 2013 15:30:55 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Carlo III di Borbone]]></category>
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		<category><![CDATA[parco della Reggia di Caserta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Carlo III di Borbone lo aveva detto a chiare lettere: a Caserta doveva sorgere la sua “Versailles”. La reggia più bella di tutto il regno di Napoli. Roba da fare invidia pure ai reali di Francia. Nulla doveva essere trascurato. Neanche il giardino che, più che un semplice “parco verde”, avrebbe dovuto richiamare, nelle forme, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Carlo III di Borbone</strong> lo aveva detto a chiare lettere: a <strong>Caserta</strong> doveva sorgere la sua “<strong>Versailles</strong>”. La <strong>reggia più bella di tutto il regno di Napoli</strong>. Roba da fare invidia pure ai reali di Francia. Nulla doveva essere trascurato. Neanche il giardino che, più che un semplice “parco verde”, avrebbe dovuto richiamare, nelle forme, nelle linee, nei profumi e nella grandiosità dei colori, addirittura il paradiso terrestre. L’impresa andò in porto. Ma mettiamo subito le cose in chiaro. Il Parco come lo ammiriamo noi oggi è solo in parte quello che l’architetto <strong>Luigi Vanvitelli</strong> aveva progettato nel XVI secolo. Le vicissitudini della <strong>real fabbrica</strong> sono note a tutti e lo stesso disegno iniziale subì più volte modifiche e ridimensionamenti. Una delle più celebri aggiunte, neanche contemplata nel disegno originario del Vanvitelli, fu, ad esempio, quella voluta dalla<strong> regina di Napoli</strong>, <strong>Maria Carolina</strong>, la quale, seguendo la moda allora in voga, fece costruire anche a Caserta uno splendido “<strong>Giardino all’Inglese</strong>”.</p>
<p>Modifiche, tagli e aggiustamenti non modificarono però l’impianto complessivo del parco. Tanto è vero che oggi quello della Reggia di Caserta resta uno dei parchi più belli del mondo, riconosciuto anche <strong>patrimonio dell’umanità dall’Unesco</strong>: ammirarlo e rimanere senza fiato, allibiti di fronte al continuo susseguirsi di scenografiche vedute, file di alberi, grotte seminascoste, cascate e cascatelle, è un tutt’uno.<a href="http://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2013/09/reggia-di-caserta-dalla-fontana.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-6206 size-medium" src="http://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2013/09/reggia-di-caserta-dalla-fontana-297x300.jpg" alt="reggia di caserta dalla fontana" width="297" height="300" srcset="https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2013/09/reggia-di-caserta-dalla-fontana-297x300.jpg 297w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2013/09/reggia-di-caserta-dalla-fontana.jpg 792w" sizes="(max-width: 297px) 100vw, 297px" /></a>Un’esperienza indimenticabile. Il Parco è un tesoro nel tesoro che si espande per<strong> 3 chilometri</strong> di lunghezza, su<strong> 120 ettari</strong> di superficie. Per lasciarsi rapire dalla magia di <strong>laghi, sculture incantevoli e giochi d’acqua</strong> basta varcare la soglia d’ingresso della Reggia e imboccare il vialone centrale fino alla fontana che immette nel parco: è da qui che si snodano i giardini dell’eden caro ai re di Napoli.</p>
<p>Una delle prime chicche che i visitatori incontrano lungo il cammino è il cosiddetto “vecchio boschetto”, parte iniziale del cosiddetto “<strong>giardino all’italiana</strong>”. Vi troneggia una piccola costruzione,la <strong>Torre Pernesta</strong>, detta anche “<strong>Castelluccia</strong>”, una sorta di castelletto in miniatura circondato da un fossato e da un suggestivo ponte levatoio.<a href="http://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2013/09/Torre-Castelluccia-reggia-Caserta.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-6211" src="http://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2013/09/Torre-Castelluccia-reggia-Caserta-300x225.jpg" alt="Torre-Castelluccia reggia-Caserta" width="300" height="225" srcset="https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2013/09/Torre-Castelluccia-reggia-Caserta-300x225.jpg 300w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2013/09/Torre-Castelluccia-reggia-Caserta.jpg 320w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Pare che l’area fosse adibita, un tempo, a casa per le scampagnate nonché luogo di svago per finte battaglie terrestri. L’acqua che ne alimenta il fossato scorre attraverso un piccolo canale. Seguendolo a ritroso si giunge alla cosiddetta “<strong>Peschiera Vecchia</strong>”, un laghetto artificiale con tanto di isoletta al centro, voluto nel 1769 da <strong>Ferdinando IV</strong> per dilettarsi con piccole battaglie navali.</p>
<p>Dalla “Peschiera Vecchia” alla <strong>Fontana Margherita</strong> il passo è breve.La Fontana è inserita in un’aiuola circolare, e chiude, in pratica, il giardino all’italiana aprendo il percorso che immette in quello all’inglese con la prima delle tre grandi vasche a sviluppo longitudinale:la <strong>Peschiera Grande</strong>, un <strong>bacino artificiale lungo quasi mezzo chilometro</strong> che termina con un <strong>complesso scultoreo</strong> formato da <strong>tre grossi delfini</strong> (opera di <strong>Gaetano Salomone</strong>) dalle cui bocche sgorga l’acqua.<a href="http://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2013/09/cascata-Reggia-II.jpg"><img decoding="async" class="alignright wp-image-6222 size-medium" src="http://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2013/09/cascata-Reggia-II-300x225.jpg" alt="cascata Reggia II" width="300" height="225" srcset="https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2013/09/cascata-Reggia-II-300x225.jpg 300w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2013/09/cascata-Reggia-II.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Poco più su, separato da un grande prato, svettano il sofisticato complesso della Fontana di Eolo (eseguita da Salomone, Brunelli, Violani, Persico e Solari), con il suo emiciclo porticato,la Fontanadi Cerere (opera di Salamone) scolpita mentre regge tra le mani l’immagine della Trinacria. E la straordinaria <strong>Fontana di Venere ed Adone</strong> opera di Paolo Persico, Tommaso Solari e Angelo Brunelli.</p>
<p>Si arriva infine all’ampia <strong>scalinata</strong> che conduce alla vasca contenente i due magnifici gruppi scultorei di <strong>Diana e Atteone</strong> (opera di <strong>Paolo Persico, Pietro Solari e Angelo Brunelli</strong>). E’ da qui che si spalanca lo spettacolo scenografico del Giardino Inglese. L’opera, voluta da <strong>Maria Carolina D’Austria</strong>, fu realizzata tra il 1778 e la fine del secolo, sotto l’occhio vigile di <strong>Carlo Vanvitelli</strong>, figlio di Luigi, e del botanico inglese <strong>John Andrew Graefer</strong>.</p>
<p>Il giardino è costellato di fiumiciattoli, cascate, viali e vialetti arricchiti con maestosi <strong>platani, cedri del Libano, pini, cipressi, magnolie, palme, piante grasse</strong>. Struggente il microclima dei laghetti sulla cui superficie si specchiano <strong>tempietti e una statua di Venere</strong> inginocchiata mentre fa il bagno. Gli specchi d’acqua sono resi ancora più belli e caratteristici dalla presenza di <strong>piante acquatiche e sculture raffiguranti finti crolli e nicchie romane</strong>.<a href="http://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2013/09/fontana-reggia-di-caserta.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-6208" src="http://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2013/09/fontana-reggia-di-caserta-300x201.jpg" alt="fontana reggia di caserta" width="300" height="201" srcset="https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2013/09/fontana-reggia-di-caserta-300x201.jpg 300w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2013/09/fontana-reggia-di-caserta.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a> Il giardino, oltre ad ospitare grandi serre e uno chalet, è anche ricco di piante indigene ed esotiche, fra cui la Camelia importata per la prima volta in Europa dal Giappone nel 1880. Gli fa quasi da ombra il sovrastante <strong>monte Briano</strong> dalla cui sommità, il cosiddetto “<strong>Torrione</strong>”, raggiungibile attraverso due stradine, una riaperta di recente, scorre l’acqua convogliata direttamente dall’<strong>acquedotto carolino</strong>. La cascata, alta 78 metri, termina nel sottostante da <strong>bosco di San Silvestro</strong> da cui, in un rivolo di ruggenti cascatelle, si riversa poi nella vasca di Diana ed Atteone.</p>
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		<title>Bastioni di Parsano, porta aperta sulla storia di Sorrento</title>
		<link>https://www.charmenapoli.it/storia/bastioni-di-parsano-porta-aperta-sulla-stori-di-sorrento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2013 19:32:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Monumenti]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Antica Sorrento]]></category>
		<category><![CDATA[Bastioni Parsano]]></category>
		<category><![CDATA[Penisola Sorrentina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’arrivo dei colonizzatori greci, le guerre contro i Sanniti. E poi le conquiste di Roma, perennemente tesa a stroncare le minacce provenienti dal mare. Infine il pericolo dei predoni moreschi, pirati feroci, predatori nati. Le cui incursioni cambiarono profondamente la storia dei borghi incantati della Penisola sorrentina, presi d’assalto, saccheggiati, dati alle fiamme nel corso [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’arrivo dei colonizzatori greci, le guerre contro i Sanniti. E poi le conquiste di Roma, perennemente tesa a stroncare le minacce provenienti dal mare. Infine il pericolo dei predoni moreschi, pirati feroci, predatori nati. Le cui incursioni cambiarono profondamente la storia dei borghi incantati della <strong>Penisola sorrentina</strong>, presi d’assalto, saccheggiati, dati alle fiamme nel corso di audaci e temute scorrerie.</p>
<p>Fu per questo che fin dall’epoca in cui l’Urbe dettava legge sul mondo allora conosciuto, città come Sorrento furono dotate di una imponente cerchia muraria, cinta di possenti bastioni: sentinelle di pietra affacciate sulle acque del Tirreno, pronte a segnalare la minaccia in arrivo. Su quelle stesse mura, in epoca medievale, i Normanni prima, gli Aragonesi poi e infine i viceré di Spagna edificarono nuovi e più resistenti roccaforti per respingere i corsari saraceni, che soprattutto nel corso del XVI secolo, misero a ferro e a fuoco buona parte delle località marittime del Sud Italia.[charme-gallery]</p>
<p>Erano gli anni in cui <strong>Sorrento</strong> salutava la nascita di uno dei suoi figli più celebri: il poeta e letterato Torquato Tasso, venuto alla luce l’11 marzo del 1544. Se il cantore della Gerusalemme Liberata, ai primi vagiti, avesse potuto guardarsi attorno, avrebbe visto il centro storico della sua città trasformato in un grande cantiere, volto a garantire all’abitato un sistema difensivo sempre più resistente. Le antiche mura greco-romane, più volte restaurate, furono praticamente rinnovate proprio in quegli anni e trasformate in una barriera invalicabile. Con il punto chiave rivolto a Oriente, lì dove si estendeva la pianura, il luogo in cui la città avrebbe potuto correre i rischi maggiori in caso di assedio. Un imponente Castello, di cui oggi non resta più traccia, testimoniava l’importanza di questo lato, visto che proprio qui si spalancava la porta maggiore del perimetro (Porta Piana). Altre aperture consentivano i collegamenti verso Massa Lubrense (Porta Massa) e gli approdi verso il litorale, con la Porta sannita di Marina Grande, teatro, un mese fa, di una importante scoperta archeologica: una camera intonacata di epoca cinquecentesca.</p>
<p>La famosa <strong>Porta di Parsano</strong>, l’unica ancora oggi visitabile e di recente sottoposta a restauro, in quegli anni non aveva ancora visto la luce. Fu edificata più tardi, durante il XVIII secolo, in epoca borbonica. E fu spalancata lungo il lato meridionale della cinta difensiva sfruttando un precedente varco la cui esistenza è testimoniata dalla presenza di due bastioni di epoca cinquecentesca. Chiamata anticamente<strong> Porta degli Anastasi</strong>, la struttura fu innalzata sui resti di antiche mura greche, come è testimoniato dai pesanti blocchi di pietra riportati alla luce nel corso degli scavi effettuati nel 1921. Il nuovo complesso fu edificato per consentire una via di transito verso la circostante zona collinare resa quasi inaccessibile dalla presenza di gole profonde. E fu proprio grazie all’apertura di questo varco che Sorrento si sviluppò e crebbe anche in direzione sud, in direzione, cioè, dello splendido <strong>Vallone dei Mulini</strong>, andando incontro a profonde trasformazioni nel centro storico, con l’allargamento di strade e vicoli.[charme-gallery]</p>
<p>Oggi, grazie all’apertura prolungata del monumento di Parsano ai visitatori, fino al 31 agosto, il magnifico complesso è in grado di offrire una suggestiva visuale dell’antica cinta muraria di epoca vicereale. Un autentico viaggio nel tempo, che si accompagna a una visuale fantastica dell’abitato, visto dall’alto di pietre e bastioni carichi di storia. L’ingresso è consentito dalle ore 10 alle 13 di mattina e dalle ore 19 alle 23 nella fascia serale.</p>
<p>L’apertura della rocca, disposta dal Comune, vuole venire incontro alle esigenze dei tanti turisti che in questi mesi di alta stagione, stanno prendendo d’assalto Sorrento. Nel solo mese di giugno, secondo i dati resti noti dall’associazione Peninsula Felix Giovani, i visitatori stranieri sono stati 3.366 e 849 gli italiani, per un totale di 4.215. Motivo in più per strizzare l’occhio alle sentinelle di pietra di Surrentum.</p>
<p><strong style="font-size: 13px; line-height: 19px;">Bastione di Parsano</strong></p>
<p><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">Visitabile dal 1 luglio al 31 agosto tutti i giorni</span></p>
<p><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">dalle ore </span><em style="font-size: 13px; line-height: 19px;">10.00</em><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;"> alle ore </span><em style="font-size: 13px; line-height: 19px;">13.00 &#8211; </em><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">dalle ore </span><em style="font-size: 13px; line-height: 19px;">19.00</em><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;"> alle ore </span><em style="font-size: 13px; line-height: 19px;">23.00</em><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">.</span></p>
<p><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">La visita guidata è </span><em style="font-size: 13px; line-height: 19px;">gratuita</em></p>
<p><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">L’ingresso è in </span><em style="font-size: 13px; line-height: 19px;">via Sersale</em></p>
<p><a style="font-size: 13px; line-height: 19px;" href="http://www.antichemurasorrento.it/">www.antichemurasorrento.it</a><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;"> </span></p>
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		<title>Cappella Sansevero, il marmo trasparente che soffre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Apr 2013 21:29:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Monumenti]]></category>
		<category><![CDATA[cappella di Sansevero]]></category>
		<category><![CDATA[centro storico napoli]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra scienza e superstizione, la storia del “principe alchimista” non ha mai smesso di affascinare i napoletani e i turisti che visitano Napoli. Ancora oggi quando qualcuno nomina Raimondo di Sangro c’è chi, in città, si fa il segno della croce. Del resto, non si può dire che il nobile di Sansevero abbia lasciato un bel ricordo di sé. Stregone, adoratore del demonio, scienziato folle e senza scrupoli, sulla sua figura si racconta di tutto. E gli aneddoti si sprecano. Eppure, proprio al suo casato è intitolata una delle sue opere d’arte più belle della Napoli settecentesca da visitare, la celebre cappella di Sansevero, nata come sepolcreto del palazzo dei duchi di Sangro, a pochi metri da piazza San Domenico Maggiore. C’è una leggenda che racconta come fu edificata. Verso la fine del XVI secolo si trovò a passare, da quelle parti, un uomo innocente. Era in manette. Le guardie lo stavano portando in carcere. Al suo passaggio, parte del muro che circondava il giardino del palazzo crollò facendo riaffiorare un dipinto della Madonna nell’atto della deposizione. Fu così che intorno al 1590, Giovan Francesco di Sangro, duca di Torremaggiore, obbedendo a un voto fatto durante una malattia, decise di costruire proprio in quella parte di giardino, una piccola cappella dedicata alla Vergine. Da quel giorno l’edificio prese il nome di Santa Maria della Pietà o “Pietatella”. E’ soltanto nel 1700, tuttavia, grazie all’opera del sesto principe di Sansevero, Raimondo di Sangro, che la struttura raggiunge l’attuale splendore, legandosi alla fama del suo mecenate, fino a cambiare nome e ad assumere quello con cui oggi è conosciuta in tutto il mondo.[charme-gallery] Tra sculture, ritratti e sepolcri di famiglia, due statue rendono l’edificio dedicato alla Madonna un vero e proprio museo della scultura napoletana del XVII secolo: quella della “Pudicizia”, opera di Antonio Corradini scolpita nel 1751 in memoria di Cecilia Gaetani, madre di Raimondo di Sangro, e il bellissimo “Cristo Velato” di Giuseppe Sammartino (1753), una delle maggiori personalità artistiche del settecento napoletano. Scultura, la sua, di straordinaria fattezza. A ben guardarlo, infatti, sembra addirittura che Gesù respiri sotto quel manto trasparente di cui è ricoperto. E pare ancora soffrire sotto il sudario che avvolge, come mosso dal vento, le piaghe del corpo trafitto. Il “Cristo Velato” affascina e colpisce il visitatore per la sua cruda realtà. Sotto il velo di morte, la vena che palpita sulla fronte di Gesù appare viva, come i fori della crocifissione e le mani distese. Il costato, scavato dalla lancia  romana, è lì che spicca, contro i bordi del velo, neanche fosse tracciato a mano. Cristo Velato, ma anche messo a nudo, quasi fosse stato appena deposto dalla croce. Un’evocazione drammatica, di incommensurabile fascino, che anima il figlio dell’Uomo, trasformandolo in simbolo del destino e riscatto dell’umanità. Insieme al capolavoro del Sammartino, altre due sculture fanno bella mostra di sé nelle stanze della Cappella Sansevero. Basta recarsi nella sacrestia dove sono esposte due macchine anatomiche che riproducono perfettamente il corpo di un uomo e di una  donna, frutto &#8211; racconta la tradizione &#8211;  degli esperimenti diabolici del principe di Sangro e del suo collaboratore, Giuseppe Salerno. I due manichini furono rinvenuti in un locale sotterraneo della cappella subito dopo la morte di don Raimondo, avvenuta nel 1771. Appaiono rivestiti dell’intero sistema venoso ed arterioso, e di vari organi. La leggenda vuole che si tratti di persone morte accidentalmente, cui il principe alchimista iniettò una sostanza “sconosciuta” capace di pietrificarne vene, arterie, vasi capillari e alcuni organi. Ma è chiaro come si tratti solo di manichini. Sculture, insomma, sia pure incredibilmente somiglianti a un vero e proprio corpo umano.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.charmenapoli.it/arte/cristo-velato-il-marmo-trasparente-che-soffre/">Cappella Sansevero, il marmo trasparente che soffre</a> proviene da <a href="https://www.charmenapoli.it">Charme</a>.</p>
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