La Sirena rifiutata ammaliò Napoli

20 marzo, 2013 alle 17:50
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Quando la sirena Partenope si arenò sull’isolotto di Megaride, oramai priva di vita, mai avrebbe immaginato che su quel lussureggiante scoglio ubicato a poche decine di metri dal leggendario fiume Sebeto, sarebbe sorta, quasi mille anni più tardi, una delle dimore più ricche dell’impero romano: la villa di Lucio Licino Lucullo. Né poteva sapere, la sfortunata creatura del mare, che proprio sulle fondamenta di quella sfarzosa dimora, sarebbe stato edificato, un paio di secoli dopo, uno dei simboli della città del Vesuvio: Castel dell’Ovo, passato alla storia come il maniero di Virgilio, mago, poeta e taumaturgo. Storico protettore della città negli anni del Medioevo.
Il filo che unisce l’ex capitale del Regno delle Due Sicilie ai fatti e alle leggende dell’antichità è più forte di quello che si pensi. D’altronde è il nome stesso di “Napoli” che richiama a trascorsi millenari. Napoli, appunto, dal greco Neapolis: nuova polis. Nuova città stato, sull’esempio di quelle che i coloni dell’Ellade andavano costruendo lungo le coste del Tirreno. Sì perché, al di là del racconto mitologico, la storia stessa di Napoli rimanda a episodi ed eventi che sembrano perdersi nella notte dei secoli, ma di cui resta traccia e testimonianza nei numerosi reperti archeologici riportati alla luce nel corso degli anni.
Partenope, appunto. Che in greco antico significa “vergine”. Secondo la mitologia era una delle sirene che tentarono, invano, di incantare Ulisse con il loro canto. Accadde quando la nave dell’eroe omerico incrociò lo specchio d’acqua posto a metà strada tra Positano e la baia di Ieranto. Il prode nocchiero seppe resistere. E Partenope, disperata per il rifiuto, scelse di precipitarsi in mare togliendosi la vita.[charme-gallery]
Il suo corpo, trasportato dalle correnti, finì malinconicamente sugli scogli di Megaride. E qui venne trovato, con gli occhi chiusi nel bianco del viso e i lunghi capelli che ondeggiavano nell’acqua. La struggente sirena fu composta in un grandioso sepolcro che studiosi e archeologi, nel corso dei secoli, hanno creduto di localizzare ora sulla collina di Sant’Aniello a Caponapoli, ora sotto le fondamenta della chiesa di Santa Lucia. Oppure proprio lì, sull’isolotto di Megaride, magari sotto le mura di Castel dell’Ovo. In breve tempo la straordinaria creature si trasformò nella protettrice del luogo, onorata con sacrifici e fiaccolate. Antesignana di Virgilio prima e di San Gennaro poi. Venerata dal popolo, che scelse di dare il suo nome al villaggio di pescatori che sorgeva lungo la costa.
Secondo una versione un po’ meno leggendaria, Partenope sarebbe realmente esistita. E sarebbe stata, in realtà, la bellissima figlia di un condottiero greco partito alla volta della costa campana, per fondarvi una colonia. E poi perita in mare, durante un naufragio.
Vera o falsa che sia la storia delle sue origini, Napoli rimane, ancora oggi, una delle più antiche e misteriose città al mondo. Quasi sospesa tra mito e realtà. Se quella di Partenope sembra avere, infatti, tutte le caratteristiche della più classica delle favole, corrisponde a verità che le tracce del primo insediamento napoletano risalgano al IX secolo a.C., quando sull’isolotto di Megharis, sì proprio l’ultima dimora della sfortunata sirena, sbarcarono i primi coloni giunti dalla vicina Cuma. Furono loro a gettare le basi della futura città estendendosi, a poco a poco nell’entroterra. Fino a stabilirsi in uno dei luoghi più belli e incantati di tutta Napoli: la collina di Posillipo. Il suo nome deriva dal greco Pausilypon che letteralmente significa “tregua dal pericolo” o “che fa cessare il dolore”, denominazione legata al panorama mozzafiato che si godeva anche 2.500 anni fa da questa straordinario braccio di terra proteso sul mare. Ancora oggi sul promontorio che scaccia gli affanni sono presenti i resti di antiche rovine di epoca romana, posti a due passi dalla rive nonché in prossimità del capo che delimitala Baia di Napoli.
Per quasi cinque secoli, la città rimase un centro della Magna Grecia le cui testimonianze sono ancora oggi ben visibili Poi, con lo scoppio delle guerre sannitiche, passò sotto la dominazione romana, senza tuttavia perdere l’impronta ellenistica che l’aveva fin lì caratterizzata.[charme-gallery] Almeno fino al II secolo d.C., la lingua ufficiale parlata dai partenopei fu quella greca. Così come la mappa urbana della città, tuttora di chiara impronta ellenistica con le sue lunghe e strette strade che si intersecano ad angolo retto. Basta dare un’occhiata al Centro antico per rendersene conto: gli antichi Decumani, con la magìa intatta e universale di Spaccanapoli, sono lì a richiamare alla mente l’originario reticolato urbano di Neapolis che i romani ereditarono dagli architetti greci, senza stravolgerlo. Così come la cinta muraria, sulla cui solidità si fantasticò parecchio all’epoca delle guerre puniche. Si racconta che Annibale stesso, all’apice della sua potenza, fu costretto a battere in ritirata di fronte alla potenza del perimetro difensivo. I resti di quelle mura imponenti sono ancora oggi visibili in piazza Bellini, piazza Cavour e piazza Calende, mentre traccia del successivo impianto di epoca romana è presente in vico Santa Maria Vertecoeli, quasi inglobato tra alcuni edifici moderni.
Le testimonianze della Napoli grecoromana non si limitano, ovviamente, ai mattoni delle antiche mura. Il Duomo di Napoli, per esempio, uno dei monumenti più celebri della città, conserva, al suo interno, la basilica paleocristiana di S. Restituta, divenuta oggi Cappella del Duomo. La chiesa fu fatta costruire dall’imperatore Costantino sulle fondamenta dell’antico tempio romano di Apollo. E resti della Napoli greca-romana possono essere gustati anche in piazzetta Nilo ai Decumani, centro, durante l’Impero Romano, del quartiere egiziano, di cui è testimonianza,la Statuadel Nilo nella piazzetta chiamata “Largo Corpo di Napoli”.Basta percorrere poche centinaia di metri ed eccoci arrivati in piazza San Gaetano, un tempo cuore pulsante di Partenope. Qui, nei secoli di Neapolis sorgevano l’Agora, l’Odeon e il tempio dei Dioscuri, dedicato ad una delle divinità pagane più importanti della città. Di quella struttura sacra oggi non rimane  raccia, tranne le due colonne del pronao e i frammenti di alcune iscrizioni di epoca romana inseriti nella facciata della chiesa di San Paolo Maggiore. Il resto è finito sotto terra. Cancellato dai detriti delle alluvioni e dalla cenere eruttata dal Vesuvio. [charme-gallery]Quello della stratificazione, è un fenomeno tipicamente napoletano, provocato dalle numerose eruzioni del vulcano e dalle frequenti piene che, nel corso dei secoli, hanno via via interrato buona parte del tessuto urbano del capoluogo campano. Corsi d’acqua compresi. Tranne, infatti, per i reperti archeologici che ancora possono essere ammirati nella zona di San Giorgio ai Mannesi (un vasto complesso termale), all’Anticaglia, così chiamata per la presenza dei ruderi di quello che si ritiene essere stato il teatro di Nerone, ai Ponti Rossi, dove ancora corre l’acquedotto romano o alla piazzetta della Pietrasanta dove, sulla base rettangolare del campanile si vedono i frammenti di alcuni fregi provenienti, quasi sicuramente, da templi pagani, i reperti della Napoli antica sono sprofondati sotto terra. Persi nelle viscere della città. Sepolti da cumuli e cumuli di cenere, lapilli e detriti. E possono essere visti solo calandosi in un suggestivo viaggio alla scoperta dei percorsi della Napoli sotterranea, tra vecchi pozzi, stretti cunicoli e capienti cisterne. Un autentico spaccato della Napoli che fu, in cui ancora sembrano riecheggiare le grida dei mercanti e dei venditori ambulanti. Atmosfere da fiaba, degne di essere vissute. Fino in fondo. Come nel più bello dei viaggi a ritroso nel tempo.

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