L’Impero Romano si conserva sotto la cenere

13 marzo, 2013 alle 18:55
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La cenere oscura il cielo. Rallenta i passi dei fuggitivi, li fa cadere al suolo, togliendo loro il respiro. Cade dall’alto. Come una nera pioggia incessante mista a fuoco pietrificato. Ovunque scene di panico. Il terrore che si materializza, la terra che trema, la gente che fugge, disperata. L’eruzione è terribile, agghiacciante. Distruttiva. Chi è lento a mettersi in salvo, trova la morte in strada, stroncato dai gas sputati dal Vesuvio, schiacciato dalle mura dei palazzi che crollano. Oppure arso vivo all’istante dalla nube piroclastica che si precipita a valle, come una valanga di fuoco. La pioggia di lapilli non concede tregua. Come un sottile velo nero, si poggia su tetti, case, uomini e oggetti, seppellendo ogni cosa. Cenere, pietre incandescenti. Lava. Un lancio fitto e continuo. E’ la fine. Il tramonto della vita che precede l’oscurità dei secoli.
Pompei, Oplonti, Stabia ed Ercolano scomparvero così, in un caldo giorno d’agosto del 79 d.C., vittime della furia devastatrice del Vesuvio. Semplicemente cancellate dalla mappa geografica, insieme a molti altri centri della costa tirrenica, da una delle più potenti eruzioni che la storia moderna del vulcano conosca.
Inghiottite dalla terra, per quasi due millenni le cittadine romane hanno dormito il loro sonno sotto un fitto strato di materiale piroclastico. Sigillate quasi, come in un forziere. A circa sei metri di profondità Pompei ed Oplonti. Molto più in basso l’abitato ercolanese.[charme-gallery] Quegli antichi borghi non furono mai più ricostruiti. E ciò che rimase dei loro abitanti fu costretto a disperdersi nei paesi del contado o nelle altre città della regione.
La “nuova” Pompei, al pari della città di Resina (Ercolano) e degli abitati di Castellammare e Torre Annunziata, sorse a un tiro di schioppo dai luoghi del dramma, sotto forma di piccoli villaggi di contadini, come nel caso della cittadina mariana, o di fiorenti centri rivieraschi come nel caso di Stabia. Pompei antica fu riscoperta quasi per caso nel corso del ’700, durante i lavori per la costruzione di un canale fluviale. E lo stesso accadde con Ercolano, rinvenuta mentre si scavava un pozzo. I lavori iniziarono nel 1748 grazie all’intervento diretto dei Borbone, per poi proseguire per tutto l’Ottocento e più massicciamente nel XX secolo. Oggi le due città romane, al pari della lussureggiante Oplonti con i resti della straordinaria villa patrizia della gens Poppea, sono state in buona parte riportate alla luce anche se numerosi reperti continuano a giacere sotto terra, così come accade con le ricche dimore della collina stabiese di Varano, scavate solo a metà.
Quello che è stato recuperato, tuttavia, è più che sufficiente per mostrare al mondo uno spicchio significativo della vita quotidiana come si svolgeva ai tempi dell’antica Roma. Grazie a quello spesso strato di materiale eruttivo che le ricoprì, infatti, Pompei, Ercolano, Oplonti e Stabia sono giunte praticamente intatte fino ai nostri giorni, non solo per quanto concerne le testimonianze architettoniche del tessuto urbano (templi, strade, palazzi e botteghe), ma anche e soprattutto in quello che si trovava all’interno delle case o nei negozi quando l’eruzione venne a sconvolgere le vite dei loro abitanti. [charme-gallery]Tutte quelle tonnellate di cenere e lapilli, lava e fango bollente produssero una sorta di istantanea del terrore, pietrificando letteralmente i gesti delle persone e le loro cose, scattando un’immagine a dir poco agghiacciante del panico che assalì gli antichi abitanti di quei centri pochi istanti prima che morissero. A Ercolano, in particolare, la furia del vulcano fu ancora più feroce: qui, infatti, alla cenere ed ai lapilli si associò anche il fuoco della nube ardente che toccò temperature elevatissime. Fu proprio l’alta temperatura, a consentire  la parziale conservazione dei papiri ritrovati nella Villa dei Pisoni. Il caldo del fango, infatti, invece di bruciare il materiale cartaceo, lo carbonizzò consentendone una discreta conservazione. E lo stesso accadde in altre parti della città sacra al dio Ercole dove addirittura il legno delle porte girevoli di alcuni uffici, come le Terme Suburbane, grazie forse a temperature un po’ più “miti”, invece di finire in polvere è giunto quasi intatto fino ai giorni nostri conservando addirittura il suo colore naturale.
La montagna di lava che imprigionò i centri romani del Vesuviano, oltre a templi, ville patrizie e strade, sigillò anche i corpi di quanti tentavano la fuga, segnandone il profilo poi ricomposto, diciassette secoli più tardi, con la tecnica degli stampi: strati di gesso colati nelle cavità sotterranee formate dai cadaveri in decomposizione. Calchi di una realtà crudele, che rendono ancora oggi vive le fasi di quell’immane tragedia. E che a Ercolano sono ancora più drammatici. Accade lungo l’originaria linea di costa, nella zona cosiddetta delle Fornaci dove, anni fa, furono ritrovati i resti di un’antica barca di legno e gli scheletri di 250 ercolanesi che non erano riusciti a prendere il largo. La nube piroclastica li colse prima che riuscissero a mettersi in salvo: la loro vista offre un’immagine straziante e angosciante di quei drammatici momenti.
Immagini emblematiche, dalle quali gli archeologi sono stati in grado di ricostruire gli ultimi istanti di vita degli antichi romani, ma anche cosa stavano facendo nel momento in cui furono colti dalla morte. [charme-gallery]Sì, il tappo di cenere che ha sigillato Pompei ed Ercolano ha come eternato quell’attimo, immortalandolo nell’istante in cui la vita stessa abbandonava gli antichi centri dell’Urbe.
Ecco dunque le antiche colonie di Roma, ecco il fascino inimitabile di Pompei, Ercolano, Stabia ed Oplonti. Un gran tour tra le rovine delle città dissepolte, spaziando tra vicoli e strade, botteghe e negozi, case, templi e affreschi, restituirà all’occhio dei visitatori tutto l’incanto dell’impero dei Cesari e l’atmosfera solenne della Roma dei Flavii. Come un libro aperto, il grande Anfiteatro di Pompei è lì pronto a raccontarvi le storie di tanti combattimenti all’ultimo sangue. E l’Odeon, in cui si cimentavano musici, giocolieri e teatranti, con gli spalti ancora intatti, è pronto ad accogliervi nel suo caldo abbraccio.
Che dire, poi del bellissimo Foro, centro politico e commerciale della città, con i resti dei templi e dei colonnati dedicati a Giove e Apollo? Da non perdere i reperti del Sacrario dei Lari Pubblici, il Macellum e la Grande Palestra dove fu rinvenuto il calco di una ricca e prosperosa donna, probabilmente colta dalla morte mentre andava a far visita a uno dei suoi gladiatori preferiti. E ancora: quasi d’obbligo uno sguardo alle tante case private e alle ville patrizie riportate alla luce, molte delle quali ricche di oggetti e affreschi preziosi dai quali è possibile risalire allo status sociale dei loro abitanti. E poi: come non soffermarsi a visitare la Casa di Menandro, quella di Tiburtinus,la Casa dei Vettii,la Casa del Fauno,la Casa degli Amorini e la famosissima Villa dei Misteri, con i suoi incredibili ornamenti ed affreschi? E che dire della “città vietata”, quella dei quadretti erotici dipinti nelle sale dello Spogliatoio nelle Terme Suburbane? Venite a visitare gli scavi di Pompei, Ercolano, Stabia e Oplonti. Venite a perdervi nel fascino senza tempo delle città sepolte dal Vesuvio.

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