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	<title>Leggende Archivio - Charme</title>
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	<description>Tutto il bello e il buono di Napoli e della Campania</description>
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		<title>Riaperta la chiesa di Santa Luciella. Qui il teschio con le orecchie ascolta meglio le suppliche</title>
		<link>https://www.charmenapoli.it/news/chiesa-santa-luciella-teschio-con-orecchie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Charme]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Apr 2019 15:44:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Chiese]]></category>
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		<category><![CDATA[Santa Luciella ai Librai]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo 35 anni, nei giorni scorsi la piccola chiesa di Santa Luciella ai Librai è stata restituita alla città. Artefici di questo piccolo miracolo napoletano sono un gruppo operoso di giovani, Massimo Faella, Francesca Licata, Marcello Peluso, Angela Rogliani e Simona Trudi che nel 2013 fondano l&#8217;associazione Respiriamo Arte. La loro missione è il recupero [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dopo 35 anni, nei giorni scorsi la piccola<strong> chiesa di Santa Luciella ai Librai</strong> è stata restituita alla città. Artefici di questo piccolo miracolo napoletano sono un gruppo operoso di giovani, <strong>Massimo Faella, Francesca Licata, Marcello Peluso, Angela Rogliani</strong> e <strong>Simona Trudi</strong> che nel 2013 fondano l&#8217;associazione <strong>Respiriamo Arte</strong>. La loro missione è il recupero del patrimonio storico e artistico della città di <strong>Napoli</strong> attraverso la tutela e la valorizzazione di luoghi e monumenti spesso abbandonati all&#8217;incuria e al degrado.</p>
<p style="text-align: justify;">Come è successo per il <strong>Complesso dei Santi Filippo e Giacomo dell’Arte della Seta</strong>, recuperato e gestito dalla stessa associazione, la messa in sicurezza e la riapertura della <strong>chiesetta di Santa Luciella</strong>, rappresenta oggi la felice sintesi dell’attività di Respiriamo Arte che è stata finanziata grazie a un progetto di <em>crowdfunding</em> e alle donazioni elargite dal <strong>Pio Monte di Misericordia</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei prossimi mesi, l’associazione si occuperà di rendere la chiesa sede di eventi culturali, visite guidate, momenti aggregativi per le persone del quartiere con una scuola di canto e lezioni gratuite per i bambini su temi fondamentali quali la legalità, l’educazione civica e l‘impegno sociale.</p>
<figure id="attachment_29081" aria-describedby="caption-attachment-29081" style="width: 391px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-29081" src="https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2019/04/i-protagonisti-300x146.jpg" alt="Santa Luciella ai Librai" width="391" height="208" /><figcaption id="caption-attachment-29081" class="wp-caption-text">L&#8217;associazione e i finanziatori</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;inaugurazione, oltre ai membri dell&#8217;associazione, erano presenti il Soprintendente del Monte Pio della Misericordia <strong>Alessandro Pasca di Magliano</strong>, il responsabile dei Beni Culturali della Curia di Napoli Padre <strong>Eduardo Parlato</strong>, il Parroco Padre <strong>Mariano Imparato</strong>, il giornalista del Mattino <strong>Paolo Barbuto</strong>, l’assessore alle Politiche Giovanili del Comune di Napoli <strong>Alessandra Clemente</strong> e il sindaco <strong>Luigi De Magistris.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«Tutto è nato dal libro “Le Chiese proibite di Napoli” di Paolo Barbuto con fotografie di <strong>Sergio Siano</strong></em> – afferma il presidente dell’Associazione <strong>Massimo Faella</strong> – <em>sulle chiese abbandonate di Napoli. Mi chiesi se fosse realizzabile salvarne una. Del libro mi colpì la frase: “basterebbe un intervento di uno sponsor, di una associazione o di qualcuno disposto ad accollarsi l’onere di un restauro per restituire alla città un pezzo di storia. Decisi di coinvolgere <strong>Simona Trudi</strong> e <strong>Angela Togliani</strong> e di lì a poco nacque l’Associazione Respiriamo Arte. Entrammo, dopo 35 anni di abbandono, nella Chiesa di Santa Luciella e non solo scoprimmo che il “<strong>Teschio con le Orecchie</strong>” esiste veramente, ma anche una chiesa meravigliosa». </em><em>«Abbiamo amato questa chiesa</em> – continua <strong>Francesca Licata</strong>, manager culturale dell’associazione – <em>perché è uno dei pochissimi esempi di edificio medievale che ha resistito al tempo e non è stato inglobato in altri palazzi. Siamo stati affascinati dalla storia del teschio, una leggenda che sopravvive dal 1600 e che è tuttora viva, poiché ancora oggi molte persone ci chiedono della sua esistenza. La reliquia è strettamente collegata a un culto molto importante e radicato a Napoli: l’adozione delle “<a href="https://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/45035-cimitero-delle-fontanelle-ed-culto-delle-anime-pezzentelle/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">capuzzelle</a>”, ovvero il “refrisco” (il rinfresco delle <strong>anime del purgatorio)</strong>. Si sceglieva in particolare questo teschio, poiché avendo le orecchie poteva ascoltare le preghiere e le grazie che si chiedevano. Ci piace pensare che abbia ascoltato anche il messaggio della nostra associazione».</em></p>
<p style="text-align: justify;">La chiesa di Santa Luciella fu fondata poco prima del 1327 ed è un esempio delle pochissime chiese medioevali non inglobate in altre strutture architettoniche.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal &#8216;600 in poi sarà presa in custodia dai <strong>pipernieri</strong>, artisti che scolpivano il piperno e la pietra lavica. Questi, abituati a lavorare con scalpello e martello, temendo che le schegge potessero ferirli agli occhi, iniziarono a venerare <strong>Santa Lucia</strong>, la <strong>protettrice della vista</strong>, decidendo, dunque, di dedicarle questo luogo, modificando il nome in Santa Luciella per distinguerla dall&#8217;omonima Chiesa di Santa Lucia a Mare.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel diciottesimo secolo, la chiesa fu oggetto di un sostanziale rimaneggiamento e nel 1748 divenne sede dell’<strong>Arciconfraternita dell’Immacolata Concezione SS. Gioacchino e Carlo Borromeo</strong> detta &#8220;dei pipernieri&#8221; finchè, in seguito ai notevoli danni prodotti da terremoto dell&#8217;80 venne chiusa definitivamente.</p>
<figure id="attachment_29085" aria-describedby="caption-attachment-29085" style="width: 388px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class=" wp-image-29085" src="https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2019/04/Il_Teschio_Con_Le_Orecchie-1-300x225.jpg" alt="Il teschio con le orecchie" width="388" height="266" srcset="https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2019/04/Il_Teschio_Con_Le_Orecchie-1-100x70.jpg 100w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2019/04/Il_Teschio_Con_Le_Orecchie-1-218x150.jpg 218w" sizes="(max-width: 388px) 100vw, 388px" /><figcaption id="caption-attachment-29085" class="wp-caption-text">Il teschio con le orecchie</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 15px; color: #222222;">Poi, come spesso accade, la storia si mescola alla leggenda. Nell&#8217;ipogeo inferiore oltre a terre sante, scolatoi e fosse comuni, sono presenti dei teschi, tra questi spicca il <strong>teschio</strong> </span><strong style="font-size: 15px; color: #222222;">con le orecchie</strong><span style="font-size: 15px; color: #222222;">. </span><span style="font-size: 15px; color: #222222;">Le cartilagini, che hanno subito un processo di mummificazione, rendono questo esemplare unico e particolarmente caro alla devozione popolare in quanto </span><strong style="font-size: 15px; color: #222222;">uditore di preghiere e grazie</strong><span style="font-size: 15px; color: #222222;"> e speciale </span><strong style="font-size: 15px; color: #222222;">intermediario dell&#8217;aldilà.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
Chiesa di Santa Luciella ai Librai</strong><br />
Vico Santa Luciella, 5 &#8211; Napoli<br />
<strong>Orari di visita</strong><br />
Venerdì, sabato,domenica e festivi dalle 10.30 alle 18.00.<br />
Prezzo del biglietto: 4 euro.<br />
Info e prenotazioni: 3314209045<br />
Email:<strong><a href="mailto:respiriamoarte@gmail.com" target="_blank" rel="noopener noreferrer">respiriamoarte@gmail.com</a></strong><br />
<strong><a href="http://www.respiriamoarte.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">http://www.respiriamoarte.it/</a></strong></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
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		<title>Museo Cappella Sansevero da record: 665 mila visitatori nel 2018</title>
		<link>https://www.charmenapoli.it/news/museo-cappella-sansevero-record-visitatori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Charme]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Feb 2019 01:07:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Leggende]]></category>
		<category><![CDATA[Musei]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Museo Cappella Sansevero chiude il 2018 con numeri da record. Dal 2013 (238.795 visitatori paganti) il trend si è mantenuto costantemente in positivo raggiungendo, alla fine del 2018, la straordinaria cifra di oltre 665.000 unità, una crescita del 178% in soli cinque anni. Anche la media giornaliera di visitatori per il 2018 è salita [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>Museo Cappella Sansevero</strong> chiude il 2018 con numeri da record. Dal 2013 (<strong>238.795</strong> visitatori paganti) il trend si è mantenuto costantemente in positivo raggiungendo, alla fine del 2018, la straordinaria cifra di oltre <strong>665.000</strong> unità, una crescita del <strong>178%</strong> in soli cinque anni.</p>
<p>Anche la <strong>media giornaliera di visitatori</strong> per il 2018 è salita fino alla straordinaria cifra di <strong>2.224</strong> persone per ogni giorno di apertura.</p>
<p>L&#8217;enorme afflusso di visitatori, che hanno ammirato il <strong><i>Cristo velato</i></strong> e le altre meraviglie della cappella barocca, ha richiesto un adeguamento degli orari di visita. A partire dal 1 marzo, infatti, l’orario di apertura regolare è stato ampliato di un’ora (dalle 9.00 alle 19.00, ultimo ingresso consentito alle 18.30).</p>
<p>Esprime soddisfazione il direttore del museo, <strong>Fabrizio Masucci</strong> che dichiara: &#8220;I dati registrati nell’ultimo anno sono da considerarsi tanto più straordinari quando si pensi alle dimensioni contenute dello spazio espositivo e dell’area di attesa all’esterno. A fronte di questi numeri e delle condizioni logistiche non ideali per la gestione di flussi così consistenti, è da sottolineare anche l’eccezionale gradimento espresso dagli utenti: su Tripadvisor, il più noto portale di recensioni di viaggiatori, il Museo Cappella Sansevero è stabilmente primo non solo tra i musei cittadini, ma più in generale tra i quasi 600 ‘siti di interesse’ segnalati sul portale&#8221;.</p>
<p>Nel 2018 ha fatto la differenza anche la tecnologia utilizzata a tutto tondo dal museo per migliorare l&#8217;esperienza dei visitatori, dall&#8217;acquisto dei biglietti alla visita vera e propria passando per l&#8217;informazione online attraverso il nuovissimo <a href="https://www.museosansevero.it/">sito web</a> (oltre 418.000 visite) e l&#8217;uso dei social (facebook, Instagram e Twitter).</p>
<p>Ben <strong>113.536</strong> utenti hanno utilizzato la <strong>piattaforma di prenotazione online</strong> del museo che consente la comoda scelta del giorno e dell&#8217;ora di visita permettendo, oltretutto, di saltare la lunga fila all&#8217;ingresso necessaria per acquistare i biglietti sul posto.</p>
<p>All&#8217;interno del museo è disponibile un servizio di <strong>audioguide</strong> in <strong>5 lingue</strong> disponibili in due diverse declinazioni, una che illustra il tour dedicato agli adulti ed una per i più giovani. Nel 2018 sono state noleggiati ben <strong>90mila</strong> dispositivi.</p>
<p>Molto utilizzata dai visitatori la <b>free wifi zone</b> offerta dal <strong>Museo Cappella Sansevero</strong> nei tratti di strada antistanti, adottati dall’istituzione museale nel 2016 e dotati di nuovi arredi funzionali e di moderni corpi illuminanti.</p>
<p>La <strong>Cappella Sansevero</strong> è oggi una tappa obbligata per i turisti e un luogo che quasi tutti i<br />
napoletani hanno visitato almeno una volta.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Santa Maria La Nova e il mistero della tomba di Dracula</title>
		<link>https://www.charmenapoli.it/itinerari/santa-maria-la-nova-tomba-dracula/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Charme]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Oct 2018 20:37:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Chiese]]></category>
		<category><![CDATA[Itinerari]]></category>
		<category><![CDATA[Leggende]]></category>
		<category><![CDATA[Musei]]></category>
		<category><![CDATA[chiese a Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[misteri presepe]]></category>
		<category><![CDATA[musei da visitare a Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[Santa Maria la Nova]]></category>
		<category><![CDATA[visitare napoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>MUSEI DA VISITARE A NAPOLI: COMPLESSO MONUMENTALE DI SANTA MARIA LA NOVA. Secondo una suggestiva e non ancora provata teoria, Vlad l&#8217;Impalatore sarebbe morto a Napoli ospite della figlia Maria e tumulato nel sepolcro dei Ferrillo nella cittadella francescana innalzata alla fine del XIII secolo dai frati minori su un appezzamento donato da re Carlo I d&#8217;Angiò [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h5><strong>MUSEI DA VISITARE A NAPOLI: </strong><strong>COMPLESSO MONUMENTALE DI SANTA MARIA LA NOVA</strong>. Secondo una suggestiva e non ancora provata teoria, Vlad l&#8217;Impalatore sarebbe morto a Napoli ospite della figlia Maria e tumulato nel sepolcro dei Ferrillo nella cittadella francescana innalzata alla fine del XIII secolo dai frati minori su un appezzamento donato da re Carlo I d&#8217;Angiò</h5>
<p><strong>Dracula</strong> sarebbe morto a <strong>Napoli</strong> e il suo corpo riposerebbe in uno degli ambienti più suggestivi del <strong>Complesso Monumentale di Santa Maria la Nova</strong>, la cittadella francescana fatta innalzare, alla fine del XIII secolo, dai frati minori, su un appezzamento di terra donato loro da re Carlo I d&#8217;Angiò e definita &#8220;la Nova&#8221; per distinguerla da Santa Maria ad Palatium, il monastero che un tempo sorgeva nel luogo in cui fu poi innalzato il Maschio Angioino.</p>
<p>La tomba di <strong>Vlad l&#8217;impalatore</strong>, il temuto principe di Valacchia che tanto ispirò la fantasia di <strong>Bram Stoker</strong> nel celebre romanzo &#8220;<strong>Il conte Dracula</strong>&#8220;, si troverebbe nel <strong>chiostro piccolo</strong> dell&#8217;antico convento che troneggia, imponente, a pochi passi da piazza Bovio e da piazza del Gesú, proprio ai bordi del Centro storico dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Il Complesso è un <strong>monumento alla fede</strong> straordinario, reso ancora più prezioso dalla presenza, al suo interno, di alcuni capolavori firmati dai più celebri pittori della Napoli di fine XVI e inizio XVII secolo. Non a caso è a <strong>Santa Maria La Nova</strong>, sotto la guida degli esperti di &#8220;<a href="http://www.oltreilchiostro.org/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Oltre il Chiostro Onlus</strong></a>&#8220;, l&#8217;associazione presieduta dal professor <strong>Giuseppe Reale</strong>, che è possibile rivisitare la storia dell&#8217;ex Capitale del Regno delle Due Sicilie in un percorso dove la cultura diventa un piacevole incontro che va al di là degli steccati ideologici e religiosi, nel pieno rispetto delle reciproche differenze ed in un comune cammino di ricerca della verità.</p>
<figure id="attachment_27943" aria-describedby="caption-attachment-27943" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2018/04/Facciata-chiesa-Santa-Maria-La-Nova.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-27943 size-thumbnail" src="http://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2018/04/Facciata-chiesa-Santa-Maria-La-Nova-300x300.jpg" alt="Facciata-chiesa-Santa-Maria-La-Nova" width="300" height="300" /></a><figcaption id="caption-attachment-27943" class="wp-caption-text">La facciata della chiesa di Santa Maria La Nova</figcaption></figure>
<p>Fedele allo stile importato nel Sud Italia dai sovrani angioini, la chiesa e l&#8217;annesso convento di Santa Maria La Nova videro la luce in chiare <strong>forme gotiche</strong>, così come insegnava la scuola degli architetti d&#8217;Oltralpe. Danneggiato dai terremoti, il complesso religioso, che già all&#8217;inizio del Cinquecento si era visto &#8220;dotare&#8221; di una nuova struttura &#8211; il <strong>cappellone di San Giacomo della Marca</strong> (la cui costruzione portò all&#8217;abbattimento ed alle modifiche di diverse cappelle) &#8211; fu sottoposto, a partire dal 1596, ad una profonda e rivoluzionaria opera di restyling che gli conferì quella caratteristica <strong>impronta barocca</strong> cara ai rigidi canoni della Controriforma che ancora oggi lo contraddistingue.</p>
<p>La <strong>chiesa</strong>, con la sua <strong>facciata austera di stampo rinascimentale</strong>, si presenta a croce latina ed è dotata di una sola navata pavimentata in &#8220;<strong>riggiole</strong>&#8221; ed una serie di sfavillanti cappelle che si spalancano lungo entrambi i lati. Vi si accede attraverso una ripida scalinata in piperno protetta da una balaustra in marmo. Tra le innumerevoli &#8220;perle&#8221; di cui è dotato il sacro edificio, non può che lasciare a bocca aperta il <strong>soffitto a cassettoni in legno dorato</strong>, al cui interno fanno bella mostra di sé <strong>quarantasei tavole dipinte</strong>: si tratta di una vera e propria antologia dell&#8217;arte pittorica ispirata all&#8217;ultimo manierismo napoletano prima dell&#8217;irruzione di Caravaggio sulle scene artistiche europee.</p>
<figure id="attachment_27944" aria-describedby="caption-attachment-27944" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2018/04/Chiostro-Santa-Maria-La-Nova-Daniele-Di-Lorenzo.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-27944 size-thumbnail" src="http://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2018/04/Chiostro-Santa-Maria-La-Nova-Daniele-Di-Lorenzo-300x300.jpg" alt="Chiostro-Santa-Maria-La-Nova-Daniele-Di-Lorenzo" width="300" height="300" /></a><figcaption id="caption-attachment-27944" class="wp-caption-text">Il chiostro piccolo della chiesa di Santa Maria La Nova</figcaption></figure>
<p>L&#8217;attiguo <strong>convento</strong> &#8211; nelle cui sale superiori (laddove un tempo si aprivano le celle dei monaci), dal 2008, l’associazione Oltre il Chiostro ha allestito il <a href="http://www.museionline.info/musei/museo-di-arte-religiosa-contemporanea" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Museo d&#8217;Arte Religiosa Contemporanea</strong></a> (<strong>Arca</strong>) cui è stato concesso il riconoscimento di interesse regionale &#8211; si compone invece di <strong>sagrestia</strong>, <strong>refettorio</strong> e due straordinari <strong>chiostri</strong>. Quello cosiddetto &#8220;maggiore&#8221;, detto anche <strong>chiostro di San Francesco</strong>, ceduto da tempo alla Provincia di Napoli, ha perso buona parte degli affreschi (raffiguranti scene della vita del poverello di Assisi), che un tempo ne adornavano le pareti. Il chiostro &#8220;minore&#8221; o &#8220;piccolo&#8221;, detto <strong>chiostro di San Giacomo</strong>, custodisce invece un ciclo di dipinti con scene della vita di San Giacomo della Marca, attribuiti ad <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_De_Lione" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Andrea De Lione</strong></a> ed una serie di lapidi e monumenti sepolcrali.</p>
<figure id="attachment_27942" aria-describedby="caption-attachment-27942" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2018/04/Tomba-Famiglia-Ferrillo-Dracula-in-Santa-Maria-La-Nova.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-27942" src="http://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2018/04/Tomba-Famiglia-Ferrillo-Dracula-in-Santa-Maria-La-Nova-300x300.jpg" alt="Tomba-Famiglia-Ferrillo-Dracula-in-Santa-Maria-La-Nova" width="300" height="295" /></a><figcaption id="caption-attachment-27942" class="wp-caption-text">La tomba della famiglia Ferrillo nel chiostro di Santa Maria La Nova</figcaption></figure>
<p>Ed è qui che ci conduce la leggenda della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tomba_di_Dracula" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>tomba di Dracula</strong></a>. Qui, dove la storia si è divertita ad intrecciare le sue trame occulte. Secondo uno studio dell&#8217;Università di Tallinn, Dracula, infatti, riposerebbe proprio sotto i portici del chiostro piccolo, nel sepolcro realizzato nel 1499 dallo scultore <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/jacopo-della-pila_%28Dizionario-Biografico%29/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Jacopo della Pila</strong></a> per ospitare le spoglie mortali di <strong>Matteo Ferrillo</strong>. Ne sono convinti alcuni studiosi italiani, supportati nelle loro tesi, dai colleghi dell&#8217;università estone.</p>
<p>Proviamo a capirci qualcosa. E facciamo un salto indietro nel tempo. Correva l&#8217;anno del signore 1476 quando <strong>Vlad III di Valacchia</strong>, da poco tornato sul trono del suo paese, scomparve in battaglia mentre combatteva contro i turchi. Vlad, che apparteneva all&#8217;<strong>Ordine del Dragone</strong> (&#8220;Dracula&#8221; dal romeno &#8220;Dracul&#8221;, letteralmente significa &#8220;figlio del drago&#8221;) proprio come l&#8217;allora re di Napoli <strong>Ferrante D’Aragona</strong>, fu dato per morto e una delle sue figlie, la principessa <strong>Maria Balsa</strong>, che all&#8217;epoca aveva solo 7 anni, fu adottata da una donna napoletana e quindi condotta a Napoli, forse proprio in virtù della comune &#8220;militanza&#8221; dei due re, per sfuggire al pericolo di un&#8217;invasione ottomana della Transilvania. Divenuta donna, la <strong>ragazza</strong> <strong>andò in sposa ad un nobile partenopeo della famiglia</strong> <strong>Ferrillo</strong>, Matteo, appunto. Ora, secondo una prima versione, fu <strong>lei a condurre le spoglie mortali dell&#8217;illustre genitore</strong> nella città del Golfo e poi a disporne l&#8217;inumazione nel sepolcro del marito. Secondo un&#8217;altra versione, Dracula non morì affatto in battaglia ma cadde prigioniero dei turchi. Sarebbe stata Maria Balsa a pagarne il riscatto e poi a farlo giungere in Italia. Alla sua morte, l&#8217;ex re di Valacchia sarebbe stato tumulato nella tomba di famiglia.</p>
<p>Fin qui il racconto. Ma ci sarebbero alcuni elementi che proverebbero tale tesi: i bassorilievi scolpiti sulla lapide sepolcrale del &#8220;genero&#8221; di Dracula. Vi si notano infatti un <strong>drago con due simboli di matrice egizia</strong> mai visti prima su una tomba europea e che sembrano richiamare alcuni elementi tipici della cultura medievale di matrice slava. Si tratta di due sfingi contrapposte che richiamano il nome della città di Tebe che gli antichi egiziani chiamavano &#8220;<strong>Tepes</strong>&#8220;. In soldoni, in quei simboli sembra di leggere &#8220;<strong>Dracula Tepes</strong>&#8221; che, guarda caso, sono anche i due soprannomi normalmente affibbiati al principe.</p>
<p>Ma non è finita qui. Proprio alle spalle della tomba di Ferrillo campeggia un&#8217;enigmatica incisione. Una sorta di &#8220;<strong>Codice La Nova</strong>&#8220;, come è stato ribattezzato dai soci di <strong>Oltre il Chiostro</strong>, scritto in un <strong>linguaggio non del tutto conosciuto</strong>. L&#8217;unico elemento certo finora decifrato in questo misterioso affresco (in cui qualcuno avrebbe riconosciuto caratteri tipici degli alfabeti latino, copto, greco ed etiope), sembrerebbe essere la parola &#8220;<strong>Vlad</strong>&#8221; che pare ricorra più volte. Vlad, appunto. Come il nome del conte.</p>
<p>Fin qui le sorprendenti coincidenze di una storia che a tratti sembra sfociare nel romanzo. Sì, perché non manca, tra gli storici, chi non crede alla versione napoletana di <strong>Dracula</strong>, perché, si sostiene, non ci sono prove concrete della permanenza o della sepoltura di Vlad III in Italia o addirittura dell&#8217;esistenza di una sua figlia. E il riferimento stesso alla città di Tebe viene considerato fuorviante dal momento che l&#8217;epiteto &#8220;Tepes&#8221; normalmente affiancato al nome di Dracula, in romeno significa &#8220;palo&#8221; da cui il nostro &#8220;impalatore&#8221;, derivato dall&#8217;agghiacciante tortura che il &#8220;<strong>Vampiro della Transilvania</strong>&#8221; era solito infliggere ai suoi nemici. Dubbi, perplessità, misteri che, come si vede, abbondano. Ma anche segni e indizi a volontà.</p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/cZgA4VbWXKY" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>Insomma, c&#8217;è tutto nella storia del <strong>Complesso monumentale di Santa Maria La Nova</strong> per attirare l&#8217;attenzione di storici, appassionati d&#8217;arte e turisti, un vero scrigno di storia, di arte e di religiosità, che dà il senso del mistero racchiuso nelle antiche mura di questa fondazione angioina tutta da visitare. Un monumento che ha comunque sempre bisogno di cura e manutenzione, per cui l&#8217;associazione partenopea che lo gestisce ha promosso l&#8217;iniziativa &#8220;<strong>Restaura la Nova</strong>&#8220;, una raccolta di fondi da destinare ai restauri (<a href="https://youtu.be/cZgA4VbWXKY" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>guarda il video</strong></a>).</p>
<p><strong>COMPLESSO MONUMENTALE SANTA MARIA LA NOVA</strong><br />
<strong>MUSEO D&#8217;ARTE RELIGIOSA CONTEMPORANEA (ARCA)</strong><br />
Via Santa Maria la Nova, 44 – 80134 Napoli<br />
(nei pressi delle fermate Università e Toledo, Linea 1 della Metropolitanta<br />
ORARI: Lunedì-Venerdi dalle 9,30 alle 15,00 – Sabato e Domenica dalle 9,30 alle 14,00<br />
Contatti: Tel. + 39 081 552 15 97 – Email: <a href="mailto:info@santamarialanova.info">info@santamarialanova.info<br />
</a>Sito web: <a href="http://www.santamarialanova.info" target="_blank" rel="noopener noreferrer">www.santamarialanova.info</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Fantasmi d’amore nei vicoli di Partenope. Leggende senza fine.</title>
		<link>https://www.charmenapoli.it/cultura/munaciello-fantasmi-damore-nei-vicoli-di-partenope/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Jan 2017 13:20:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Figure sospese tra il mito e la storia: il munaciello, la bella ’mbriana, i miti di Virgilio. Fatti di Napoli, misteri tradotti in realtà. Episodi concreti, talora imbrattati di sangue e poi trasfigurati in leggende ancora vive tra i vicoli della bella Partenope. La città e il fascino dell’occulto, una miscela unica dal sapore antico, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Figure sospese tra il mito e la storia: il munaciello, la bella ’mbriana, i miti di <a title="A Napoli per viaggiare sulle orme del Mago Virgilio" href="http://www.charmenapoli.it/storia/a-napoli-viaggiare-sulle-orme-del-mago-virgilio/" target="_blank"><strong>Virgilio</strong></a>. Fatti di Napoli, misteri tradotti in realtà. Episodi concreti, talora imbrattati di sangue e poi trasfigurati in leggende ancora vive tra i vicoli della bella <a title="La Sirena rifiutata ammaliò Napoli" href="http://www.charmenapoli.it/storia/leggende-storia-la-sirena-partenope-rifiutata-ammalio-napoli/" target="_blank"><strong>Partenope</strong></a>. La città e il fascino dell’occulto, una miscela unica dal sapore antico, la cui origine si perde nella notte dei secoli. Quali e quanti storie hanno animato, nel corso dei secoli, le notti dei Napoletani? Quali e  quanti racconti sono stati tramandati di padre in figlio fino a giungere ai giorni nostri, praticamente intatti? Anche il Seicento, età dell’assolutismo, epoca d’oro del Barocco partenopeo ha saputo fornire materia prima alle pagine fascinose dei cantastorie di Megaride. Una innanzitutto. Forse la più famosa: quella di <strong>Maria d’Avalos</strong>, la giovane sposa del madrigalista Carlo Gesualdo massacrata a colpi di pugnale dai sicari del marito in una delle stanze di palazzo San Severo, la notte del 17 ottobre del 1590. Il suo fantasma, assicurano gli amanti delle cose antiche, aleggerebbe ancora oggi, più bello più che mai, avvolto in lunghe vesti discinte, col terrore dipinto in volto e i capelli scarmigliati, nella zona compresa tra l’<a title="Perle di pietra che brillano in città" href="http://www.charmenapoli.it/storia/perle-di-pietra-che-brillano-citta/" target="_blank"><strong>obelisco di San Domenico Maggiore</strong></a> e l’antica dimora in cui la nobildonna fu trucidata insieme all’amante, il giovane Fabrizio Carafa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_26057" aria-describedby="caption-attachment-26057" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/palazzo-san-svero-a-piazza-.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-26057" src="http://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/palazzo-san-svero-a-piazza--300x262.jpg" alt="palazzo-san-severo-a-piazza san domenico maggiore" width="300" height="262" srcset="https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/palazzo-san-svero-a-piazza--300x262.jpg 300w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/palazzo-san-svero-a-piazza--768x670.jpg 768w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/palazzo-san-svero-a-piazza--800x698.jpg 800w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/palazzo-san-svero-a-piazza--696x607.jpg 696w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/palazzo-san-svero-a-piazza--482x420.jpg 482w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/palazzo-san-svero-a-piazza-.jpg 1000w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-26057" class="wp-caption-text">palazzo-san-severo-a-piazza san domenico maggiore</figcaption></figure>
<p>Maria non sembra trovare pace: la sua figura evanescente sembra quasi sussurrare un flebile lamento per l’amore perduto e l’orribile fine. Era stata scoperta in flagrante con il bel Fabrizio, in camera da letto, e per questo don Carlo, ferito nell’orgoglio e accecato dal dolore, ne aveva decretato l’orribile morte senza pensarci su due volte. Una, ma non la sola leggenda legata ai fatti della Napoli Barocca. Perché dall’altra parte della città, a Posillipo, c’è un’altra storia che ancora affascina e appassiona. E’ sempre l’amore a farla da protagonista, nel bene e nel male. La storia è quella di donn’Anna Carafa, moglie bellissima del viceré di Spagna Filippo Ramiro Guzman, contesa da nobili e personaggi illustri della capitale. Raccontano che l’avvenente posillipina fosse entrata in competizione con la nipote di origine spagnola Mercede de las Torre, colpevole di essersi innamorata del suo amante, don Gaetano di Casapesenna. Costui aveva preferito legarsi alla bella spagnola anziché alla prorompente napoletana scatenando, in questo modo, la folle gelosia della consorte del viceré. Poi donna Mercede sparì. Così, di punto in bianco. E di lei non si seppe più niente. Don Gaetano la cercò per mare e per terra, anche all’estero, ma invano. Afflitto e sconsolato, il nobile partì per la guerra e lì ci lasciò le penne. Il 7 maggio del 1644 anche Guzman levò i tacchi e se ne tornò in Spagna lasciando donn’Anna al suo triste e solitario destino.</p>
<figure id="attachment_26056" aria-describedby="caption-attachment-26056" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Palazzo-DonnAnna-a-Posillipo.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-26056 size-medium" src="http://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Palazzo-DonnAnna-a-Posillipo-300x200.jpg" alt="palazzo-donnanna-a-posillipo" width="300" height="200" srcset="https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Palazzo-DonnAnna-a-Posillipo-300x200.jpg 300w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Palazzo-DonnAnna-a-Posillipo-768x511.jpg 768w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Palazzo-DonnAnna-a-Posillipo-800x532.jpg 800w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Palazzo-DonnAnna-a-Posillipo-696x463.jpg 696w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Palazzo-DonnAnna-a-Posillipo-631x420.jpg 631w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Palazzo-DonnAnna-a-Posillipo.jpg 902w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-26056" class="wp-caption-text">palazzo-donnanna-a-posillipo</figcaption></figure>
<p>Rimasta senza più né amore, né amanti, con il cuore inaridito e il morale a pezzi, la nobildonna di casa Carafa si ritirò a Portici e qui spirò, un anno più tardi. Il suo spettro, secondo la leggenda, si aggirerebbe ancora tra le stanze del palazzo di Posillipo anche se qualcuno è pronto a giurare che in realtà le presenze fantasmagoriche avvistate tra le stanze di quella dimora siano, in realtà, le anime in pena di donna Mercede e don Gaetano. E parlando di presenze occulte, non si può non menzionare il caso del monastero di Sant’Arcangelo a Baiano, una delle prime strutture religiose edificate a Napoli dagli Angioini in segno di devozione per la vittoria riportata sugli Svevi. Oggi la struttura è deserta e, si dice, infestata dagli spiriti. Ma non sempre fu così. La storia ci porta al 1540 quando un gruppo di novizie, sacrificate dai genitori, fu costretto a varcare la soglia dell’allora convento di Forcella. Erano in quattro e tutte avevano già provato il dolce frutto dell’amore: impossibile costringerle alla clausura. La repressione e la regola non erano fatte per loro. Agata Arcamone, la più bella e giovane tra le suore, insieme a Giulia Caracciolo e Livia Pignatelli, pensò bene di darsi da fare, intrecciando una tresca amorosa con alcuni nobili del luogo che in quegli anni frequentavano il complesso religioso di Forcella.</p>
<figure id="attachment_26054" aria-describedby="caption-attachment-26054" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Convento-SantArcangelo-a-Baiano-Napoli.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-26054" src="http://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Convento-SantArcangelo-a-Baiano-Napoli-300x130.jpg" alt="onvento-santarcangelo-a-baiano-napoli" width="300" height="130" srcset="https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Convento-SantArcangelo-a-Baiano-Napoli-300x130.jpg 300w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Convento-SantArcangelo-a-Baiano-Napoli-768x334.jpg 768w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Convento-SantArcangelo-a-Baiano-Napoli-800x348.jpg 800w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Convento-SantArcangelo-a-Baiano-Napoli-696x303.jpg 696w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Convento-SantArcangelo-a-Baiano-Napoli.jpg 805w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-26054" class="wp-caption-text">convento-santarcangelo-a-baiano-napoli</figcaption></figure>
<p>Si parlò di orge, strani dispetti, rivalità, vendette e malignità consumate nell’oscurità delle celle monastiche. Le tre suore furono anche punite dal vescovo. Ma le voci sulle loro peripezie non si placarono. Poi i fatti presero una piega sconvolgente. Accadde quando alcuni dei giovani coinvolti nello scandalo a “luci rosse” furono trovati privi di vita, assassinati in maniera brutale. Anche due delle monache furono uccise: morirono avvelenate, insieme alla badessa. Neanche un’indagine interna riuscì a fare chiarezza sull’accaduto fino a quando, nel 1577, non si decise la chiusura del convento. E le monache superstiti? Svanite nel nulla. Disperse nella polvere dei secoli. Agata, fu detto, abbandonò di nascosto Napoli e di lei, da quel giorno, si perse ogni traccia. Sembra che sia suo lo spettro che ancora oggi si muoverebbe, con fare sinistro, tra i resti dell’antico monastero. Non è una storia di fantasmi, ma non per questo merita di rimanere nascosta la leggenda legata all’arco di Sant’Eligio, uno dei luoghi simbolo della città di Masaniello.</p>
<figure id="attachment_26055" aria-describedby="caption-attachment-26055" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Orologio-SantEligio-Napoli.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-26055 size-medium" src="http://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Orologio-SantEligio-Napoli-300x148.jpg" alt="orologio-santeligio-napoli" width="300" height="148" srcset="https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Orologio-SantEligio-Napoli-300x148.jpg 300w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Orologio-SantEligio-Napoli-324x160.jpg 324w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Orologio-SantEligio-Napoli-533x261.jpg 533w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Orologio-SantEligio-Napoli-696x345.jpg 696w, https://www.charmenapoli.it/wp-content/uploads/2017/01/Orologio-SantEligio-Napoli.jpg 700w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-26055" class="wp-caption-text">orologio-santeligio-napoli</figcaption></figure>
<p>Anche in questo caso si tratta di un racconto che ha cominciato a prendere piede nel corso del Seicento, anche se i fatti narrati sembrano portarci alla prima metà del Cinquecento. Tutto è legato alle due teste scolpite nella cornice che si trova alla base dell’arco, proprio sotto lo storico orologio. Le teste, secondo la tradizione popolare, sarebbero quella di una giovane fanciulla di nome Irene Malarbi e quella del potente duca Antonello Caracciolo. Si narra che l’uomo, privo di scrupoli, innamoratosi della giovane vergine e vista l’impossibilità di poterla fare propria, fece condannare senza alcuna colpa il padre di lei, chiedendo in cambio della sua liberazione le grazie della fanciulla. A quanto pare Caracciolo riuscì nel suo intento, ma la famiglia della bella Irene non rimase con le mani in mano e si rivolse a <strong><a title="Isabella d'Aragona" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Isabella_d%27Aragona">Isabella d’Aragona</a></strong>, figlia del sovrano <strong><a title="Ferdinando II" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_II">Ferdinando II</a></strong>, pur di ottenere giustizia. La richiesta diede i suoi frutti. Impietosita, la principessa condannò infatti, Caracciolo alla pena di morte per decapitazione, ma prima lo costrinse a sposare la giovane per poter riparare al torto subìto.</p>
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		<title>La forchetta a 4 punte è nata a Napoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2015 14:08:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un bel piatto di spaghetti ai frutti di mare. Vongole, cozze, taratufi, lupini, cannolicchi, telline: tutto il nostro mare di saporiti frutti. Un must della tavola napoletana. Da sempre. Da quando esiste la pasta filiforme in Italia. Furono i Borbone a introdurre l&#8217;uso della forchetta moderna a quattro punte. Pare infatti che, sopratutto per rendere più [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un bel piatto di spaghetti ai frutti di mare. Vongole, cozze, taratufi, lupini, cannolicchi, telline: tutto <a title="Un mare di saporiti frutti" href="http://www.charmenapoli.it/sapori/frutti-mare-vongole-cozze-lupini-un-mare-di-saporiti-frutti/" target="_blank">il nostro mare di saporiti frutti</a>. Un must della tavola napoletana. Da sempre. Da quando esiste la pasta filiforme in Italia. Furono i Borbone a introdurre l&#8217;uso della forchetta moderna a quattro punte. Pare infatti che, sopratutto per rendere più agevole la presa dei fili di pasta, il ciambellano di re <strong>Ferdinando IV di Borbone, </strong>tale<strong> Gennaro Spadaccini,</strong> abbia avuto l&#8217;intuizione di portare a quattro i rebbi della posata. E da lì, dalla seconda metà del Settecento, si è diffusa in tutto il mondo.[charme-gallery]</p>
<p>La storia insegna, infatti, che ci si è sempre serviti delle mani, o di coltelli appuntiti, per portare alla bocca pezzi di cibo, anche se esistevano vari strumenti, fatti di materiali dall’osso al ferro, per infilzare le carni in cottura. Ma la forchetta arrivò dopo il cucchiaio e il coltello. Quando e dove nacque? Una idea di simil forchetta era usata già dai romani. L&#8217;arnese a più denti fu pensato nell’alto Medioevo, alla corte di Bisanzio, dove un acuminato pugnale fu trasformato prima in una sorta di spillone e poi in una forchetta. Dopo il mille, nelle corti la tradizione era ancora quella di Ovidio: con le tre dita  si attingeva direttamente dal piatto. Usare anche solo una forchetta bidente era considerata quasi una eccessiva lussuosa diavoleria. Anche nell&#8217;era tardo medioevale si era giudicati raffinati se si mangiava con le mani. In Italia, qualcosa di simile a una forchetta venne utilizzata dal Trecento per l&#8217;arrivo sulle tavole della pasta. Nel ‘500 borghesi e mercanti la usavano tutti i giorni, i nobili non la consideravano obbligatoria.</p>
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		<title>Sulle orme della Sirena Partenope (parte seconda)</title>
		<link>https://www.charmenapoli.it/cultura/sirena-partenope-storia-leggenda-napoli-fontana-obelisco-chiesa-lapide/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2015 15:06:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Leggende]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(segue da parte prima).. Uno in particolare. Sembra fare al caso nostro: quello della celebre “Marianna ’a capa ’e Napule”. Ovvero, del volto per eccellenza di Napoli. E con esso della mitica vergine venuta dal mare. Entrando nella sede del Comune, a Palazzo San Giacomo, tra le due rampe di scale che portano ai piani [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>(segue da parte prima).. Uno in particolare. Sembra fare al caso nostro: quello della celebre “<strong><em>Marianna ’a capa ’e Napule</em></strong>”. Ovvero, del volto per eccellenza di Napoli. E con esso della mitica vergine venuta dal mare. Entrando nella sede del Comune, a <strong>Palazzo San Giacomo</strong>, tra le due rampe di scale che portano ai piani superiori, si nota un piedistallo: sopra vi è appoggiata una grande scultura di epoca greca raffigurante una testa di donna. Ebbene, secondo la tradizione, questa figura che oggi si identifica con l’emblema stesso della città (“la testa di Napoli”, appunto) raffigurerebbe nientepopodimeno che la Sirena Partenope.</p>
<p>Pare che quel volto di pietra sia stato rinvenuto alla fine del XVI secolo nella zona dell’Anticaglia (Decumano superiore). E da lì spostato nei pressi della chiesetta di <strong>San Giovanni a Mare</strong>, a poche centinaia di metri da piazza Mercato (qualcuno dice che fu ritrovato qui). In quel posto, senza volerlo, divenne la muta testimone della rivolta di Masaniello. E durante i tumulti scatenati dai lazzari, qualcuno le ruppe il naso. Spostata di fronte alla chiesa dell’Avvocata e quindi restaurata nel 1879, la statua entrò a far parte del Museo di Villa Filangieri e da lì definitivamente trasferita sul pianerottolo dello scalone centrale di Palazzo San Giacomo, dove si trova tutt’ora. Una copia in scala è visibile nel cortile della chiesa di San Giovanni a Mare. Non è chiaro quando la “capa di Napoli” si vide affibbiare il nome di “<strong>Donna Marianna</strong>”. Secondo qualcuno, l’appellativo le fu assegnato nel corso del XIX secolo, quando la “testa” fu collocata di fronte alla chiesa di Santa Maria dell’Avvocata dove si trovava anche un busto di Sant’Anna (il nome deriverebbe quindi dalla fusione di Santa Maria e Sant’Anna). Secondo altri, le sarebbe stato dato per farne un simbolo di libertà come la famosa “Marianne” francese della Rivoluzione del 1848. Anche in questo caso, storia e leggenda sfumano nei contorni del mito. Ma ciò che più conta è che quel volto, per anni e anni, abbia simboleggiato per tutti i figli di Partenope quello arcaico e beneaugurante della mitica fondatrice. [charme-gallery]Pochi invece, per non dire nulli, sono i dubbi che si provano guardando il complesso scultoreo eretto in piazza Sannazzaro, nel cuore di Mergellina, poco più di un secolo e mezzo fa. Si tratta della magnifica <strong>Fontana della Sirena</strong>. L’opera fu realizzata nel 1869 dallo scultore Onofrio Buccini, con la collaborazione di un giovanissimo Francesco Jerace. Fino al 1924 abbelliva i giardini della stazione ferroviaria di piazza Garibaldi. Poi, da quell’anno, fu spostata a ridosso di <strong>Piedigrotta</strong> e <strong>Mergellina</strong>, dove si trova attualmente. E’ composta da una grande vasca ellittica nel cui centro svetta uno “scoglio”, sul quale poggiano un cavallo, un leone, un delfino e una tartaruga, insieme con alcuni elementi floreali. A sovrastare tutti, ovviamente, c’è lei: sua maestà la Sirena, ritratta nell’atto di stringere una lira con il braccio destro, mentre il sinistro è puntato verso l’alto. Partenope ha la coda avvolta intorno ai fianchi.[charme-gallery] La sua particolare figura ricorre anche in altre due altre celebri fontane della città. La prima è quella che troneggia negli spazi della nuova <strong>stazione Garibaldi</strong> di Trenitalia: un complesso d’arte contemporanea in metallo che svetta in mezzo a suggestivi giochi d’acqua. L’opera, inaugurata pochi anni fa, si trova a pochi passi dai binari e dalla sala d’aspetto del principale scalo ferroviario del capoluogo. Di enorme valore artistico e storico è la <strong>fontana della Spinacorona</strong> comunemente detta “<strong>delle zizze</strong>”, esposta in pieno Centro Antico, a ridosso della chiesa di Santa Caterina della Spina Corona. Le origini di questa scultura sono incerte, ma sembra si parli di lei già in un antico documento di fine XVI secolo. Quel che è certo è che l’opera fu restaurata e modificata, per volere del viceré don Pedro de Toledo, su disegno di Giovanni da Nola, nella prima metà del XVI secolo, così come attestato anche dalla presenza dello stemma di re Carlo V.</p>
<p>Si tratta di un complesso formato da una ricca vasca rettangolare in marmo bianco abbellita da altorilievi, ghirlande e alcuni stemmi del viceré, coronata dalla raffigurazione del Vesuvio e dalla sirena Partenope scolpita nell’atto di premere i seni per estinguere, con il suo latte, le fiamme sprigionate dal vulcano. Quella in mostra è solo una copia dell’originale, riprodotta e scolpita da Achille D’Orsi. La vera statuetta “delle zizze”, infatti, è custodita nelle stanze del Museo nazionale di San Martino. Ma che si tratti di lei, della mitica creatura venuta a morire sulle rocce di Megaride, sembrano esserci pochi dubbi dal momento che la figura della Spinacorona richiama fortemente l’icona mitologica classica. A conferma di un legame antico tra i napoletani e la celebre antenata che, a distanza di anni, proprio non vuole saperne di spezzarsi.</p>
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		<title>Sulle orme della Sirena Partenope (prima parte)</title>
		<link>https://www.charmenapoli.it/cultura/sirena-partenope-storia-leggenda-napoli-fontana-obelisco-chiesa-lapide-napoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2015 09:50:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una leggenda che, a distanza di quasi tremila anni, non smette di affascinare. E’ quella legata alla Sirena Partenope, straordinaria creatura del mare lasciatasi morire di inedia nelle acque antistanti Punta Campanella per non essere riuscita ad ammaliare il prode Ulisse. Il suo corpo, raccontano gli antichi, trascinato dalle correnti, andò a spiaggiarsi sull’isolotto di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una leggenda che, a distanza di quasi tremila anni, non smette di affascinare. E’ quella legata alla <strong>Sirena Partenope</strong>, straordinaria creatura del mare lasciatasi morire di inedia nelle acque antistanti <strong>Punta Campanella</strong> per non essere riuscita ad ammaliare il prode <strong>Ulisse</strong>. Il suo corpo, raccontano gli antichi, trascinato dalle correnti, andò a spiaggiarsi sull’<strong>isolotto</strong> <strong>di</strong> <strong>Megaride</strong> e lì fu sepolto con tutti gli onori. Ma un altro “racconto” ci porta a una seconda e meno prosaica versione del mito: Partenope sarebbe stata, in realtà, una bella vergine greca (in greco antico Parthenos significa, appunto, “vergine”) in fuga d’amore con il suo compagno, verso i lidi campani, e qui sbarcata, con un gruppo di coraggiosi coloni, per gettare le fondamenta della futura <strong>Neapolis</strong>. Vera o falsa che sia la storia, resta un dato: il passaggio di questa incantevole creatura sulle sponde del Golfo ha lasciato tracce indelebili non solo nella storia di Napoli, ma anche nel suo tessuto urbano. Lo testimoniano i nomi dati ai luoghi: basti pensare, ad esempio, al <strong>Corso Sirena</strong>, il tratto di strada che da Piazza Procelle attraversa il quartiere Barra (fino al 1925 quando l’attuale quartiere della periferia orientale era Comune autonomo, il suo simbolo era composto da una sirena con la doppia coda, sormontata da una corona), oppure ai numerosi elementi ornamentali che ancora oggi campeggiano sui portoni degli antichi palazzi del Centro Storico. Ma anche alle sculture innalzate qua e là, a memoria di quel mitologico approdo.[charme-gallery] Prendete lo scoglio più celebre di Napoli: quello di <strong>Megaride</strong>. Già il nome sembra tutto un programma. Megaride, infatti, sembra derivare dal greco mégaron, “casa signorile, sala di adunanza, o più semplicemente “grande”.  O addirittura da “Mégaira”, la terribile <strong>Megera</strong>. Non sempre nella mitologia greca, le sirene avevano un bell’aspetto. Al contrario, spesso erano raffigurate con un corpo metà femminile e metà da uccello rapace. Come le megere, appunto. Tuttavia, è molto più probabile che quel nome così “terribile” derivi da una parola grecizzata imparentata con il babilonese “<strong>Makallu</strong>”, vale a dire “approdo, luogo di sbarco”. Un termine che ci restituisce alla perfezione l’originaria funzione di quel lembo di terra quando, nel IX secolo a.C., i primi coloni rodiesi provenienti dalla vicina Cuma, vi si stabilirono, impiantandovi uno scalo per le loro navi. In quel gruppo, vergine o mezzo uccello che fosse, c’era anche lei: Partenope. Ma ora torniamo alla leggenda. Quando questa misteriosa sirena si arenò sull’isolotto, oramai priva di vita, mai avrebbe immaginato che su quel lussureggiante scoglio, oggi collegato alla terraferma, ma in quegli anni distante pochi decine di metri dalla linea di costa (e dalla foce del leggendario fiume Sebeto), sarebbe sorta, quasi mille anni più tardi, una delle dimore più ricche dell’impero romano: la villa di Lucio Licino Lucullo. Né poteva immaginare, la sfortunata vergine, che proprio sulle fondamenta di quella sfarzosa dimora, sarebbe stato edificato, un paio di secoli più tardi, uno dei simboli della città del Vesuvio: <strong>Castel dell’Ovo</strong>, il famoso maniero del “mago” Virgilio. Poveretta. La struggente creatura cresciuta nelle grotte della Penisola Sorrentina non poteva saperlo. Era già passata a miglior vita. Ma il suo corpo, prelevato dal mare, non era stato tumulato frettolosamente sulle balze di quella roccia disabitata. Nossignori. Recuperato dalle acque di Megaride, era stato composto in un grandioso sepolcro che studiosi e archeologi, nel corso dei secoli, hanno creduto di localizzare ora sulla collina di <strong>Sant’Aniello a Caponapoli</strong> (zona di piazza Cavour), ora alla foce del <strong>fiume Sebeto</strong> (nell’area dell’attuale piazza Plebiscito), ora sotto le fondamenta della chiesa di <strong>Santa Lucia</strong> (che pare sia stata innalzata proprio sui resti di un antico tempio dedicato, guarda caso, al culto della sirena) o, ancora, incastonato nelle fondamenta della chiesa di <strong>San Giovanni Maggiore</strong>, lì, nel cuore di via Mezzocannone (tutto nascerebbe da un’iscrizione posta su una lapide nei pressi dell’altare dell’edificio di origini paleocristiane).[charme-gallery] Ma neanche si può escludere che sia stata seppellita lì, su quell’isolotto, magari sotto le mura di Castel dell’Ovo. E che il suo corpo sinuoso, si sia semplicemente dissolto, trasfigurandosi nella morfologia del paesaggio napoletano. Partenopeo per l’appunto. Con il capo ad oriente, sull’altura di Capodimonte, ed i piedi ad ovest, verso il promontorio di Posillipo. Quel che è certo, è che nel giro di pochi anni la mitica Partenope si trasformò nella protettrice del luogo, onorata con sacrifici e fiaccolate. E venerata dal popolo che scelse di dare il suo nome al villaggio di pescatori destinato a sorgere, di lì a poco, lungo la costa: Partenope, l’odierna Napoli. Certo, questa è la storia che riporta la mitologia. Ma appare una versione che non può essere tanto distante dalla verità, dal momento che nella Grecia Orientale, in quegli anni, il culto religioso delle sirene, e quello della sirena Partenope in particolare, era molto vivo. Tutto lascerebbe presagire, dunque, che proprio lì, su quell’isolotto i fondatori dell’antica Capitale abbiano deciso di innalzare un altarino dedicato alla mitica creatura degli abissi. Una divinità a cui non è mancato chi, nel corso dei secoli, ha tentato di attribuire un volto. (seguirà seconda parte)</p>
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		<title>Miti di roccia nel mare di Ulisse (terza parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2015 14:55:08 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="normal">(segue da seconda parte).. Nello stesso emozionante scenario della Costiera Amalfitana, troneggia un’altra leggenda di roccia: quella legata ai “<b>Due Fratelli</b>”. Si tratta di due grossi scogli che sorgono proprio di fronte alla spiaggia di Vietri. Sono due, come le storie che li avvolgono. La prima ci riporta al solito, furioso assalto dei navigli saraceni che cinsero d’assedio Salerno. Non riuscendo, però, nessuno dei pretendenti ad avere la meglio sull’altro, i rispettivi re, il conte Umfredo dei Landolfi per i salernitani e il principe Rajan per i saraceni, decisero di affidare le sorti dello scontro a un duello tra i loro più valorosi cavalieri. Ebbe così inizio un furibondo combattimento tra i due guerrieri che si protrasse a lungo e che vide i due spingersi ben oltre le mura di Salerno, fino a raggiungere la poco distante cittadina di Vietri. Qui, quando ormai si era fatta sera, giunti allo stremo delle forze, il cristiano e il saraceno si appoggiarono esausti a due scogli. E proprio in quell’istante il mare li inghiottì. Prima di sparire, tuttavia, gli sfidanti fecero in tempo a notare che i loro stemmi erano identici. Un fatto che fece loro capire di essere germani e che indusse la popolazione locale, in ricordo dei due, a battezzare quegli scogli con il nome de “I Due Fratelli”.[charme-gallery] La seconda leggenda, più diffusa, ma anche più sentita a livello locale, narra invece la storia di due giovani pastori che, giunti sulla spiaggia di Vietri, si accorsero di una ragazza che dormiva in mezzo al mare. Preoccupati per la sua sorte, anche perché nel frattempo era scoppiato un violento temporale, i due decisero di tuffarsi in acqua nel tentativo di soccorrerla, seguiti da tutte le pecore. Non sapevano che si trattava della figlia di Nettuno. Purtroppo per loro, il tentativo risultò vano e i pastori morirono annegati insieme con tutto il gregge. Commosso dal gesto coraggioso dei ragazzi, il dio del mare decise di trasformarli in due grandi scogli, per l’appunto “I Due Fratelli”, circondandoli, poi, di rocce più piccole a ricordo delle pecorelle che ne avevano condiviso il tragico destino.[charme-gallery] Di leggenda è circondato anche il piccolo arcipelago de <b>Li Galli</b>, nel territorio comunale di Positano, pochi chilometri a sud della Costa di Sorrento. Si tratta di tre isolotti: il Gallo Lungo (che è anche il più grande del lotto), La Rotonda e quello Dei Briganti (o la Castelluccia), che sono parte integrante dell’Area Marina Protetta di Punta Campanella. Secondo la mitologia, fu qui che trovarono rifugio Partenope, Leucosia e Ligia, le mitiche sirene che invano avevano tentato di ammaliare Ulisse con il loro canto seducente. La tradizione, contrariamente a quanto si pensa, ce le consegna con un corpo metà di donna e metà di uccello. Insomma: erano pennute. Da qui l’accostamento alla gallina (o al gallo). E quindi l’origine stessa del nome “Li Galli”, teatro, nell’antichità, di paurosi naufragi. Massalubrense non è lontana dal “rifugio” delle sirene. (seguirà parte quarta)</p>
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		<title>Miti di roccia nel mare di Ulisse (seconda parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2015 08:25:46 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="normal">(segue da prima parte).. Nel cosiddetto arcipelago flegreo, di cui <strong>Nisida</strong> è parte integrante, svetta un altro pezzo di roccia carico di storia: un isolotto a forma di “virgola”. Ciò che resta, in pratica, di un antico cratere vulcanico emerso dal mare circa quarantamila anni fa e oggi sede di un’importante riserva naturalistica. Stiamo parlando dell’<b>isolotto di</b><strong> Vivara</strong>, dal latino vivarium (vivaio). Questo pezzo di roccia lussureggiante adagiato a pochi passi da<strong> Procida</strong> e dal litorale campano, merita più di una citazione perché rappresenta uno dei luoghi più antichi, in termini di insediamenti umani, della Campania Felix. Lo testimonierebbero i reperti archeologici che vi sono stati rinvenuti negli anni ’30 del XX secolo, datati tra la fine del XVIII e gli inizi del XVII secolo a.C., a conferma della presenza, a Vivara, di un ricco emporio commerciale e di un polo per la lavorazione di metalli e manufatti addirittura già nell’età del bronzo. [charme-gallery]Spostandoci verso Napoli e giungendo nel vicino specchio d’acqua di Posillipo, si incontra un altro “spicchio” di terra che pure merita attenzione per il mistero che lo avvolge: l’<b>isolotto della Gajola</b> (dal latino cavea: “piccola grotta”). Una leggenda popolare, tutt’ora in voga, lo considera alla stregua di un’isola “maledetta” per la morte prematura e la sventura che ha accomunato, nel corso degli anni, tutti i suoi proprietari. A partire dagli anni Venti del ’900, quando Hans Braun fu trovato privo di vita e avvolto in un tappeto (di lì a poco, la moglie affogò in mare) fino al patron della Fiat, Gianni Agnelli che, una volta messo piede su quell’isolotto, subì la morte di molti suoi familiari. Ne ha di storie da raccontare anche il promontorio di <strong>Capo d’Orso</strong>, così denominato per la sua forma che richiama la testa di un orso. Ci troviamo molto più a Sud rispetto a Napoli. [charme-gallery]A un chilometro di distanza, per la precisione, dalla frazione di<strong> Erchie</strong>, nel Comune di <strong>Maiori</strong>. Ebbene, secondo gli storici, fu in questo specchio d’acqua che nel 1528 si svolse una violenta battaglia navale tra la flotta francese e quella spagnola che vide soccombere gli iberici che qui persero anche il loro comandante. E fu sempre qui che, nella notte del 10 settembre 1806, una ventina di ex galeotti capitanati da Giuseppe Manzo detto “Giuseppiello” sbarcarono per poi raggiungere le vicine montagne dove diedero vita ad anni e anni di dura guerriglia contro le truppe dell’invasore francese in nome dei re Borbone (nel frattempo costretti all’esilio in Sicilia). A ciò si aggiunga la presenza, nel ventre del promontorio, di una grotta misteriosa in cui si possono ancora ammirare i resti di un antico affresco e quelli di una torretta circolare risalente al 1530, oggi in gran parte distrutta. (seguirà parte terza)</p>
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		<title>Miti di roccia nel mare di Ulisse (parte prima)</title>
		<link>https://www.charmenapoli.it/cultura/storia-leggende-napoletane-ricce-scogli-faraglioni-baia-ieranto-galli-rovigliano-nisida-vivara-vietri-gemelli-capo-orso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Gradogna]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2015 09:57:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Isolotti, scogli e promontori svettano nel mare di Ulisse, impreziosendone anse e specchi d’acqua. Li Galli a Sorrento, il Vervece a Massa Lubrense, i “due fratelli” a Vietri, Capo d’Orso a Maiori. Sono pezzi di terra strappati alle onde e da esse disegnati nel tempo. Utilizzati, più di duemila anni fa, dai coloni della Magna [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Isolotti, scogli e promontori svettano nel mare di Ulisse, impreziosendone anse e specchi d’acqua. Li Galli a Sorrento, il Vervece a Massa Lubrense, i “due fratelli” a Vietri, Capo d’Orso a Maiori. Sono pezzi di terra strappati alle onde e da esse disegnati nel tempo. Utilizzati, più di duemila anni fa, dai coloni della Magna Grecia come trampolino di lancio per i futuri insediamenti sulla terraferma o come punti di avvistamento e segnalazione luminosa per i loro agili scafi. Elencarli tutti è impossibile: ogni insenatura, ogni spicchio di terra campana, da Sapri alla foce del Garigliano, può vantarne qualcuno. E tutti sono più o meno noti. Segnalati, magari, sulle mappe del turismo internazionale. Occorre fare delle scelte, dunque. Puntare su quelli più famosi. Attorno ai quali sono sorte storie e leggende che ancora si tramandano di padre in figlio.</p>
<p>E’ questo il caso dello <strong>Scoglio di Rovigliano</strong> a Torre Annunziata, sul versante meridionale del Golfo di Napoli, a poche centinaia di metri del litorale oplontino-stabiese. A un tiro di schioppo dalla foce del Sarno. Conosciuto nell’antichità con il nome di Petra Herculis, in memoria di un antico tempio dedicato al dio Ercole, l’isolotto, su cui svettano ancora i resti di una fortezza cinquecentesca, sembra derivare il proprio nome da quello di una antica famiglia romana: la gens Rubilia (ma c’è anche chi lo associa a un tipo di pianta leguminosa detta in latino robilia). C’è una vecchia leggenda legata a questo pezzo di roccia eroso dalle onde, che merita di essere riportata. E reca la firma di un tale Fra Simone che ne parla in un documento, il Cronicon Casinense, risalente al IX secolo. Una storia che porta ai tempi in cui i Longobardi dominavano il Sud Italia. [charme-gallery]Simone scrive che un pugno di soldati, nel tentativo estremo di resistere a una violenta incursione saracena, si asserragliò sull’isolotto di Rovigliano. A guidarli, nella disperata battaglia, fu il conte Orso, insieme con la moglie, donna Fulgida, e il figlio Miroaldo. Alla fine i mori, che erano molto più numerosi dei difensori, ebbero la meglio. La maggior parte dei Longobardi fu sterminata. I pochi che sopravvissero, tra i quali il piccolo Miroaldo, furono portati via come schiavi. Il conte, ferito a morte, fu impiccato e donna Fulgida, che aveva tentato di fargli scudo col proprio corpo, fu trafitta da una lancia e lasciata moribonda sullo scoglio. Quando la sventurata riprese i sensi si trovò da sola, in mezzo ai corpi dei morti. Alzando gli occhi al cielo, vide penzolare sull’estremo ciglio di una roccia il cadavere dello sposo. La cronaca di Fra Simone conclude così il suo racconto: “<em>Ogni notte lo spirito di donna Fulgida si vaga su per gli scogli di Rovigliano, invocando il suo sposo Orso ed il figliolo Miroaldo, mentre nugoli di uccelli marini l’accompagnano volandole intorno con i loro luttuosi beceri</em>”. [charme-gallery]Altrettanto affascinante è la storia che circonda un altro celebre isolotto del mare di Partenope, collegato oggi alla terraferma con un lungo pontile: quello di <strong>Nisida</strong>, dal greco Nesís (isola) ma anche Nesida (piccola isola). Si narra, infatti, che nel I secolo a.C. questo pezzo di terra bagnato dal mare ed oggi parte integrante del Comune di Napoli (è sede di un penitenziario minorile), sia stato testimone di un crudele suicidio: quello di Porzia, la coraggiosa figlia di Catone l’Uticense, nonché moglie di Marco Giunio Bruto, uno degli assassini di Giulio Cesare. Dopo la sconfitta (e la morte) del marito nella battaglia di Filippi, la donna decise di togliersi la vita “<em>in tal modo</em> &#8211; scrive lo storico romano Valerio Massimo &#8211; <em>da meritare l’attenzione di tutti i secoli futuri</em>”. Si suicidò ingoiando carboni ardenti poiché nessuno aveva voluto darle un pugnale per trafiggersi. Pare che il drammatico epilogo andasse in scena nella Villa di Bruto che era stata costruita proprio sulle balze della “piccola isola”. (seguirà parte seconda)</p>
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