Nel cuore della valle fucina di Santi e Beati

2 gennaio, 2014 alle 14:56
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Badia della Santissima Trinità

Una perla di fede incastonata nel cuore del monte Finestra. La Badia Benedettina della Santissima Trinità sorge nella valle solcata dalle acque del ruscello Selano, a un tiro di schioppo dal suggestivo borgo medievale di Cava dei Tirreni, meglio conosciuto come “Corpo di Cava”. Per raggiungerla occorre inerpicarsi lungo i pendii di una strada asfaltata, attraversando boschi e campi coltivati. Su, sempre più su. Fino a costeggiare le mura del villaggio fondato nell’XI secolo da Sant’Alferio e poi ingrandito dall’abate Pietro I.

La facciata dell’abbazia appare come per magia, appena svoltata l’ultima curva: la prima impressione che se ne ricava è quella di un piccolo edificio. Ma l’apparenza inganna perché l’armonica struttura nasconde ben altro. E ciò che balza agli occhi è la maestosità di un complesso architettonico di forme grandiose: un monumento che trasuda storia e santità, arte e religiosità.

La Badia della Trinità fu fondata dal principe Alferio, un nobile longobardo di origini salernitane, destinato, più tardi, alla grandezza degli altari.  Imparentato con il duca di Salerno Guaimario III, di cui fu anche ambasciatore, Alferio, toccato dalla fede, decise di trascorrere il resto della propria vita da eremita e nel 1011 si ritirò sotto la grande grotta Arsicia.

Il suo esempio fu presto seguito da decine di discepoli, attratti dalla fama di santità del principe cristiano. Pur continuando ad abitare in una celletta ricavata all’interno della grotta, Alferio pensò bene di edificare un piccolo monastero, in modo da poter dare ospitalità agli altri eremiti che, come lui, avevano deciso di consacrare l’esistenza al Signore. Fu questa l’origine dell’abbazia (che nel 2011 ha festeggiato il suo primo millennio).

Alferio morì il 12 aprile del 1250 e il suo corpo fu sepolto nella grotta dell’Arsicia, oggi inglobata nel complesso della Trinità. Al nobile salernitano successero i suoi numerosi discepoli, tra cui si distinsero non pochi futuri santi e beati come San Leone I (1050-1079) San Pietro I (1079-1123) e San Costabile (1123-24), solo per citarne alcuni. Tra questi, Pietro I, che fu nipote di Alferio, si distinse particolarmente. Fu lui, infatti, a decidere l’ampliamento del monastero trasformandolo in una potente congregazione monastica con numerose “succursali” sparse un po’ in tutto il Sud Italia.[charme-gallery]

L’abbazia di Cava costituì per i Papi un caposaldo di cui potevano fidarsi ad occhi chiusi. Ma anche un punto di riferimento per la popolazione circostante per la cui difesa i successori di Alferio si prodigarono non poco, come accadde nel caso di San Costabile e del Beato Simeone, i quali costruirono il castello dell’Angelo, detto poi Castellabate, per proteggere gli abitanti dalle invasioni dei saraceni. Non si occupavano, però, solo di questo i monaci dell’abbazia. Oltre ad aiutare i bisognosi, costoro gestivano, infatti, anche ospizi e ospedali, ed esercitavano il ministero pastorale nei monasteri dipendenti.

Durante i secoli della sua storia, la badia del monte Finestra andò, via via, arricchendosi di  molte opere d’arte: affreschi, mosaici, sarcofaghi, sculture, ma anche quadri, codici miniati e oggetti preziosi. Buona parte di questo patrimonio fu dovuto all’opera dei monaci e a quella di altri artisti. Tra i reperti figurano però anche numerosi ritrovamenti, acquisti e donazioni, come nel caso dei sarcofagi romani, di alcuni quadri e delle tante costruzioni di epoca romana o medievale recuperati all’interno della grotta Arsicia prima della venuta di Alferio. Risale, invece, agli anni della Controriforma la fondazione, per opera dell’abate Vittoriano Manso, della rinomata Biblioteca mentre, nel corso dei secoli XVI-XVIII, l’abbazia fu rinnovata anche dal punto di vista architettonico, con la ricostruzione della chiesa, l’edificazione del seminario e del noviziato e l’allargamento del monastero. Opere promosse dall’abate Giulio De Palma.

Dell’antica basilica medievale restano oggi un ambone cosmatesco del XII secolo e la Cappella dei Santi Padri, ristrutturata nel 1641. Nelle altre cappelle dell’abbazia sono custoditi un pregiato paliotto marmoreo (XI secolo), alcune sculture di Tino di Camaino e un ricco pavimento in maiolica del XV secolo.

Di tutto rilievo sono anche il chiostro (XIII secolo), situato proprio sotto la roccia incombente della montagna; la duecentesca sala del Capitolo Antico (adiacente al chiostro), di chiara impronta gotica; la cripta longobarda del XII secolo e la Cappella di San Germano (1280).

Insieme alla Biblioteca Cavense, l’abbazia cavese è conosciuta anche per il suo celebre archivio, un’opera che risale al 1025, quando il principe Guaimario III e suo figlio Guaimario IV, concessero, con tanto di diploma, a Sant’Alferio la proprietà della grotta Arsicia con il circostante territorio. Da quel momento ebbe inizio la raccolta di bolle, donazioni, diplomi, privilegi, atti, e lasciti testamenti: documenti, tuttora custoditi nell’archivio, riordinati, in maniera sistematica, a partire dai primi anni del Seicento.

Discorso a parte va invece fatto per il Villaggio del “Corpo Di Cava”, le cui sorti sono legate a doppia mandata ai destini della Badia cavese. Il borgo, collegato alla sovrastante abbazia attraverso una suggestiva scalinata, fu voluto, infatti, dallo stesso fondatore del monastero che già nel 1012 fece erigere ai piedi della montagna un ospizio per i poveri e i pellegrini insieme ad alcune abitazioni destinate ai meno abbienti.

I primi abitanti del “Corpo” furono i contadini delle terre circostanti e i lavoranti addetti all’ospizio. Successivamente, per volontà di San Pietro abate, iniziarono a trasferirsi nel Corpo anche i primi abitanti della vallata, tra cui magistrati, funzionari deputati all’amministrazione dell’abbazia e commercianti. Con loro si trasferirono nell’ospizio anche le famiglie dei lavoratori della Badia. Divenuto, ben presto, troppo stretto l’edificio, intorno al 1082, Pietro provvide ad aumentarne il volume, salvo poi edificare un nuovo edificio che fu ubicato nella cappella della SS. Annunziata, proprio all’ingresso del paese.

Dieci anni più tardi, l’abate provvide a munire il villaggio di possenti mura sormontate da torrioni (otto in tutto) con tre porte aperte lungo il perimetro. All’interno della rocca sorsero, in quegli anni, un tribunale del monastero e una corporazione dei magistrati, dei giudici e dei notai detta il “Corpo”: da qui il nome che la borgata ha assunto e che porta ancora oggi.

Con il trascorrere degli anni, le fortificazioni andarono incontro a un progressivo degrado. Nel 1265 furono addirittura abbattute da Manfredi, figlio naturale di Federico II, che durante la guerra tra Carlo d’Angiò e gli eredi del casato svevo, trovò rifugio proprio all’interno del borgo. Ciò che rimane, oggi, dell’antica fortificazione, restaurata in parte dagli Aragonesi, insieme ai resti delle mura, è il grosso torrione cilindrico, con sopra impresso lo stemma coronato di Ferrante d’Aragona (datato 1496), che fa ombra alla Porta Maggiore. Addossata alla torre vi è anche la calcara alimentata dalle rocce di Monte Crocella. Tra le perle custodite tra i vicoli e le stradine spicca senz’altro la chiesa di Santa Maria Maggiore (edificata tra il 1079 e il 1092) che fu anche la prima cattedrale di Cava de’ Tirreni. A poca distanza dal duomo sorge la cappella della Confraternita dello Spirito Santo. E, attigua alla chiesa di Santa Maria Maggiore, quella della Petrasanta, che fu innalzata in ricordo del passaggio di papa Urbano II a Cava. Di importanza storica è anche l’antico lavatoio di via Casa De Santis, restaurato nel 1881, che prende acqua dalla fonte posta sotto la chiesa di Santa Maria Maggiore.

Il clima fresco, l’aria salubre e la bellezza della montagna trasformarono questo borgo incantato in un piacevole soggiorno estivo. Gettonatissimo da nobili e vip, non solo meridionali. Tra quanti erano soliti villeggiare tra le verdi colline cavesi vi fu anche il poeta napoletano Salvatore Di Giacomo.