Itinerari / Passeggiata sacra / parte prima

Gran tour di fede nel giorno dei Sepolcri

Settimana Santa a Napoli: da San Francesco ai Girolamini, consigli per un pellegrinaggio in sette (e più) chiese storiche dell'antica capitale del Regno delle Due Sicilie
di Gabriele Scarpa
25 febbraio 2015

Sette chiese. Come le sette più importanti chiese di Roma che, nel giorno del giovedì grasso del 1552, San Filippo Neri chiese di visitare per fronteggiare l’usanza dei festeggiamenti pagani del Carnevale. Sette luoghi santi da onorare, come in un pellegrinaggio: in un sol giorno. E come accade ancora oggi a Napoli, il Giovedì Santo.

Quella storica usanza “made in Roma”, d’altronde, ne ha fatta di strada col trascorrere dei secoli. Prima ha guadato il Tevere poi è dilagata, prendendo via via piede in tutti i territori della cristianità. Partenope compresa, ovviamente. E sì che, parlando di Napoli, altro che sette chiese! Qui di basiliche e parrocchie da passare in rassegna ce ne sarebbero a bizzeffe nei giorni di Quaresima. È o non l’ex Capitale del Regno delle Due Sicilie la città dei cento campanili? Dovendone però sceglierne (più o meno) sette, proponiamo quelle più antiche e famose. O per meglio dire: quelle che vale la pena visitare a Napoli nel cosiddetto “dì” di festa. E magari anche negli altri undici mesi dell’anno. Chiariamo: l’impresa è ardua, talmente belle, importanti e cariche di storia sono le chiese partenopee. Ma giacché si tratta di dare peso e sostanza a un “tour di fede”, partiamo da quelle che la tradizione popolare ha da sempre eletto a meta privilegiata per il “giro dei sepolcri”. E fa niente se alla fine scopriremo che, invece di sette, le mete religiose da non perdere sono…nove: confidiamo nella misericordia del buon Dio.

Napoli, suggestiva veduta dell'atrio colonnato della chiesa di San Francesco di PaolaL'altare maggiore della chiesa di San Francesco di PaolaNapoli, San Francesco di PaolaLa cupola della chiesa di San Francesco di PaolaSan Francesco di Paola, le colonne dell'atrio centrale

La prima tappa è d’obbligo e ci porta dritta dritta nel salotto di Napoli, in piazza del Plebiscito. Stiamo parlando della Real Basilica pontificia di San Francesco di Paola. Fatta edificare da Ferdinando I di Borbone in segno di ringraziamento nei confronti del patrono del Regno delle Due Sicilie (San Francesco è a tutt’oggi il patrono principale della Calabria) per aver recuperato il Regno che gli era stato sottratto da Gioacchino Murat, la chiesa fu innalzata a partire dal 1817 sotto la guida dell’architetto di origine svizzera Pietro Bianchi (1787-1840) e ultimata nel 1836 quando fu inaugurata da papa Gregorio XVI. Si tratta senz’alcuna ombra di dubbio di una delle più importanti basiliche italiane del periodo neoclassico.

A guardarlo da fuori, per la sua forma circolare e decisamente classicheggiante, “l’ex voto” di Ferdinando sembra quasi ricordare il Pantheon di Roma. Ma ciò che più colpisce di questo imponente edificio è l’ampio porticato emisferico sorretto da 38 colonne di ordine dorico, che fronteggiano il dirimpettaio Palazzo Reale. L’interno è semplicemente maestoso. La basilica, infatti, è sormontata da tre cupole: quella centrale offre un colpo d’occhio sensazionale, da mozzare il fiato: è alta 53 metri ed è sorretta da 34 colonne con fusti in marmo, alternate a pilastri, che cingono un vasto atrio di forma circolare. Al centro, lungo le pareti, fanno bella mostra di sé otto statue di Santi mentre, proprio sopra il colonnato, svettano le tribune di corte. L’atrio d’ingresso, invece, è fiancheggiato da due cappelle in cui campeggiano dipinti di Luca Giordano, Nicola Carta, Pietro Benvenuti e Tommaso de Vivo. Infine, degno di nota, il seicentesco altare maggiore, tempestato di pietre preziose, un tempo appartenuto alla chiesa dei Santi Apostoli in via Anticaglia e qui trasferito nel 1835.

Da Piazza Plebiscito il cammino di fede approda in piazzetta Monteoliveto, a metà strada tra piazza del Gesù Nuovo e piazza Carità. E’ qui, infatti, che sorge un’altra storica meta del pellegrinaggio del giovedì santo: la chiesa di Sant’Anna dei Lombardi, detta anche Santa Maria di Monteoliveto.

La struttura, costruita agli inizi del XV secolo in forme gotiche ed eletta ben presto come una delle favorite dalla corte degli Aragonesi, fu affidata alle cure dei padri Olivetani. Poi, nel XVII secolo, venne sottoposta a una profonda opera di restyling in forme barocche e quindi, agli inizi dell’Ottocento, definitivamente ceduta all’Arciconfraternita dei Lombardi che proprio in quegli anni, a causa di un incendio, avevano perso la loro chiesa (progettata da Domenico Fontana) e con essa tre preziosi dipinti del Caravaggio. Fu allora che Santa Maria prese a chiamarsi anche Sant’Anna dei Lombardi.

Dal punto di vista architettonico, soprattutto nell’impianto delle tre grandi cappelle Correale, Piccolomini e Tolosa, tutte a pianta circolare, Monteoliveto sembra offrire non pochi punti di contatto con gli indirizzi estetici del Rinascimento fiorentino. Per il resto, al di là delle sepolture illustri che pure ospita sotto le sue navate, la chiesa si presenta nella veste che le fu data nel rifacimento del XVII secolo. Ed è nota agli appassionati d’arte per il ciclo di pitture che addobba le volte di quello che un tempo era l’antico Refettorio: tutte firmate dall’artista aretino Giorgio Vasari che in quel periodo diffondeva anche nel Regno di Napoli tracce del manierismo toscano che così tanto successo aveva riscosso a Roma. Il ciclo di affreschi di Vasari (che operò con l’aiuto di Raffaellino del Colle) è impreziosito dalle tarsie lignee eseguite alla fine del XV secolo da Fra’ Giovanni da Verona e lì trasferite nel 1688, quando il Refettorio fu adibito a nuova Sagrestia. E da alcune pregevoli statuette lignee raffiguranti i santi dell’ordine degli Olivetani.

Sant'Anna dei Lombardi a NapoliSant'Anna Lombardi, la Cappella VasariSant'Anna Lombardi, gli spazi interniSant'Anna Lombardi, particolare del soffitto a cassettoniSant'Anna Lombardi, il soffitto della Cappella Vasari

Le volte affrescate sono suddivise in tre blocchi e presentano, rispettivamente, affreschi dedicati uno alla Fede, uno alla Religione e un altro all’Eternità. Si racconta che in un primo momento Vasari pensò quasi di rinunciare all’incarico. L’ambiente gotico della “mensa”, infatti, unito alla mancanza di luce, rischiava di vanificare lo sforzo stilistico del pittore toscano. Così, per poter accettare la commissione assegnatagli dai frati, l’artista di Arezzo decise di correre ai ripari e coprì con lo stucco tutte le volte dello stanzone, in modo da donare più decorazioni e di conseguenza maggior luminosità agli ambienti della sala. (segue)