Le ultime dimore del Regno di Napoli

3 gennaio, 2017 alle 15:51
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Vista dall’alto, Napoli è un trionfo di guglie e campanili: uno spettacolo incredibile. Ma anche un patrimonio immenso, dal punto di vista architettonico, che nel XVIII secolo valse all’antica Capitale l’appellativo di “città dalle 500 cupole”.

Visitare tutte le chiese di Napoli è un’impresa. Non perdersi le più belle è un obbligo. Perché i tesori che caratterizzano l’arte sacra partenopea, non hanno rivali al mondo. Non bastassero i capolavori custoditi all’ombra delle navate, i principali edifici religiosi della città del Golfo hanno un’altra caratteristica che li rende speciali, per non dire suggestivi: spesso si rivelano essere l’ultima sontuosa dimora terrena per i “sangue blu” del millenario Regno.

Maggiormente abbellite e impreziosite con cappelle gentilizie dalle forme baroccheggianti, arche monumentali, baldacchini e monumenti funebri firmati dai più grandi artisti e scultori del tempo, da Tino di Camaino a Giovanni da Nola, solo per citarne alcuni.

Non è un caso che i più importanti e blasonati tra prìncipi, teste coronate ma anche semplici esponenti della nobiltà duosiciliana, alla fine dei loro giorni, abbiano deciso di dormire qui il sonno dei giusti, offrendo le proprie spoglie mortali alla sacra terra di Partenope.

Tuttavia, provare a stilare un elenco dei monumenti funebri e delle sepolture ricavati negli spazi delle cento e più chiese di Napoli, è un’impresa titanica per non dire impossibile. Pensate: nella sola San Domenico Maggiore si contano ventisette cappelle. Tutte di straordinaria fattezza e degnamente addobbate in fatto di dipinti, sculture e arredi liturgici. Ventisette cappelle senza contare le arche aragonesi della grande sagrestia. E’ il caso, dunque, di operare una cernita, ben sapendo che tra i sepolcri esclusi, ce ne sarà senz’altro più di uno che pure avrebbe meritato quantomeno una citazione. Ma, tant’è, anche in questo consiste la grandezza e l’abbondanza di Napoli.

E allora, da dove partiamo? Dall’ultimo imperatore del Sacro Romano Impero, ovvio. Ebbene sì, Corradino di Svevia, l’ultimo discendente degli Hohenstaufen, nipote del leggendario Federico II, è sepolto in riva al Golfo. Più precisamente nella basilica di Santa Maria del Carmine Maggiore dove una scultura ottocentesca, realizzata da Bertel Thorvaldsen, ne ricorda l’estremo sacrificio. [charme-gallery]Sconfitto in battaglia a Tagliacozzo dall’esercito di Carlo I d’Angiò e poi decapitato, il 29 ottobre del 1268, a soli 16 anni, in piazza Mercato, i suoi resti, inizialmente trascinati verso il mare e lì abbandonati, furono trasferiti nella chiesa (dove si trovano ancora oggi) grazie alle suppliche della madre. Neanche i soldati di Hitler, nel 1943, riuscirono a riportarli in patria.

Sotto le stesse navate della basilica in cui si venera l’immagine della Madonna Bruna, si trovano, infatti, anche le spoglie di Luisa Sanfelice, nobildonna dei Duchi di Agropoli e Lauriano, coinvolta nelle vicende della Repubblica Partenopea del 1799 e poi giustiziata, l’11 settembre del 1800, per volere di re Ferdinando. Il suo personaggio ispirò Alexandre Dumas (padre) nel romanzo “La San Felice”.

A non molta distanza dalle tombe di Luisa e Corradino, nella Reale basilica di San Giacomo degli Spagnoli, svetta un altro monumento funebre degno di nota: quello del vicerè Don Pedro de Toledo, l’omo a cui si deve la costruzione della celebre via dello shopping napoletana a valle dei Quartieri Spagnoli. L’opera fu realizzata da Giovanni da Nola il quale, per completarla, impiegò quasi vent’anni. Per ironia della sorte, una volta ultimata (era il 1570), non ospitò mai i resti del viceré che nel frattempo era deceduto lontano dalla sua città, a Firenze, nel 1553, dove era stato spedito per domare la rivolta di Siena. E dove poi fu seppellito, in Santa Croce.

Erano invece “napoletani” i reali di Casa Borbone, i cui resti riposano oggi nella cappella barocca dedicata allo storico casato, in uno degli spazi laterali della basilica di Santa Chiara. La cappella fu fatta edificare nel 1742, in via provvisoria, da re Carlo III il quale però aveva in mente un altro posto in cui far alloggiare le tombe dei re di Napoli. Il progetto, tuttavia, rimase lettera morta e così lo spazio di Santa Chiara si trasformò nella sepoltura ufficiale dei sovrani. Per capirci, riposano qui Ferdinando I, Francesco I con la moglie Maria Clementina d’Asburgo-Lorena e Maria Isabella di Spagna, Ferdinando II con Maria Cristina di Savoia (morta in odore di santità), l’ultimo re di Napoli Francesco II, “Franceschiello”, con la moglie Maria Sofia di Baviera e la figlia Maria Cristina Pia. [charme-gallery]Il tetto del celebre monastero fa ombra anche al vistoso baldacchino funebre di Roberto D’Angiò, scolpito da Giovanni e Pacio Bertini tra il 1343 ed il 1345, sulla parete principale della basilica. E al sepolcro di Sancha d’Aragona, venerata come Beata dalla chiesa cattolica e il cui fantasma, si dice, si aggiri ancora oggi tra i corridoi e le stanze della cittadella francescana. A Santa Chiara ci sono anche i resti mortali di non pochi esponenti del patriziato napoletano tra i quali si distinguono quelli del duca Giovan Battista Sanfelice, rinchiusi dal 1632 in un sarcofago greco del IV secolo a.C.

Un altro pezzo da novanta del casato Angioino, Ladislao Di Durazzo, è sepolto invece nella chiesa di San Giovanni a Carbonara dove lo scultore Andrea da Firenze costruì per lui un imponente monumento di forme tardo-gotiche. Il fratello della regina Giovanna è in buona compagnia. Nella zona absidale della chiesa si aprono infatti due grandi cappelle della famiglia Caracciolo. A sinistra dell’altare quella rinascimentale del ramo dei Vico (risalente al XVI secolo). Poco più in là quella toscaneggiante dei Caracciolo del Sole, risalente alla prima metà del Quattrocento.

Un altro noto esponente della famiglia Caracciolo, legato questa volta al ramo dei Brienza, l’ammiraglio Francesco Caracciolo – giustiziato  il 30 giugno del 1799 (e al quale Napoli ha dedicato il famoso Lungomare) – è sepolto nella chiesa di Santa Maria della Catena, nel cuore del borgo di Santa Lucia.

E’ a San Lorenzo Maggiore, invece, che hanno trovato ospitalità le spoglie mortali di Ludovico d’Angiò e Caterina d’Austria, prima moglie di Carlo di Calabria, a sua volta figlio di re Roberto. Il monumento di Caterina, a forma di baldacchino, fu la prima opera eseguita a Napoli dal grande scultore e architetto senese Tino di Camaino. Sempre nella chiesa amata da Petrarca e Boccaccio si trovano anche il quattrocentesco sepolcro di Ludovico Aldomorisco, che fu consigliere di re Ladislao e le seicentesche sepolture della famiglia Cacace con busti e statue eseguite da Andrea Bolgi.

Nella zona del transetto, quasi a incorniciare lo spettacolare cappellone di Sant’Antonio, è possibile ammirare anche i monumenti funebri trecenteschi di Carlo di Durazzo, Roberto d’Artois, Giovanna Durazzo e ciò che resta del sepolcro di Ludovico Caracciolo (datato 1335). [charme-gallery]Le spoglie di Andrea d’Ungheria, marito della regina Giovanna, assassinato, il 18 settembre del 1345, ad Aversa, riposano in un’altra celebre chiesa di Napoli, il Duomo, dove hanno trovato spazio, nel corso degli anni, altri monumenti funebri. In particolare, quelli di Carlo I d’Angiò, re di Napoli, Carlo Martello d’Angiò, re titolare d’Ungheria, e di sua moglie Clemenza d’Asburgo: i loro sepolcri si trovano sulla controfacciata della cattedrale dove furono collocati da Domenico Fontana nel 1599 in sostituzione degli originali trecenteschi nel frattempo andati distrutti.

Per trovare il luogo in cui giace la maggior parte dei regnanti della dinastia Aragonese bisogna trasferirsi nella poco distante chiesa di San Domenico Maggiore. La tomba di re Alfonso I d’Aragona (morto nel 1458) si trova appunto qui, sotto le navate dello scenografico edificio che sorge quasi all’incrocio tra via Spaccanapoli e la parte alta di via Mezzocannone. Ed è sempre qui, nella grande sacrestia, su un corridoio pensile, disposte su due file, che sono custodite 38 casse lignee ricoperte di sete, broccati e altre stoffe preziose. Sono le arche aragonesi e contengono le salme di dieci re e principi aragonesi e di altri nobili napoletani deceduti a partire dalla seconda metà del XV fino a tutto il XVI secolo.

Come detto, a San Domenico Maggiore si trovano numerose cappelle gentilizie. Una delle più famose è quella nota come “cappella di Zi’ Andrea”, appartenuta alla famiglia de’ Franchis. Merita di essere ricordata perché nel 1607 ospitò la celebre opera di Caravaggio “Flagellazione di Cristo”, commissionata da Tommaso de’ Franchis e oggi in mostra a Capodimonte.

Un altro famoso “sangue blu” cha ha calpestato le strade di Partenope, è il misterioso ma al tempo stesso affascinante Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, alchimista e personaggio circondato da molte leggende: dorme il sonno eterno nella straordinaria Cappella Sansevero, in via dei Tribunali, dove è possibile ammirare il capolavoro senza tempo del Cristo Velato.