La Napoli del ’700 rivive nell’antica tradizione del Presepe che ogni anno si rinnova

22 dicembre, 2013 alle 18:38
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Fascino, mistero e leggenda avvolgono, da sempre, l’antica arte del presepe napoletano. E tanti sono anche i simboli, reconditi, oppure manifesti, che da secoli caratterizzano la più sacra e suggestiva delle rappresentazioni. La stessa che nelle botteghe artigianali di via San Gregorio Armeno, nel cuore dei Decumani, vive la sua più alta sublimazione artistica. Dal  sommesso stupore dei pastori, al sonno del pigro Benito, passando per il regale corteo dei Magi, fino al divino mistero della nascita del Bambin Gesù, tutta la scena è percorsa da un’atmosfera unica e particolare. Eppure, a ben guardare, l’usanza presepiale rimanda soprattutto a quello che può definirsi un vero e proprio theatrum delle cibarie. Ebbene sì! Il pullulare di botteghe, osterie e spacci di beni alimentari che fanno da contorno alla sacra scena della Natività, tra tavole imbandite, taverne piene di avventori e macellerie che trasbordano carni, conferisce, a pieno titolo, una dimensione folcloristica al presepe che ben si affianca a quella spirituale.

L’originale visione del tableau vivant gastronomico trova la sua massima espressione nel “presebbio che se fricceca”, ovvero il presepe che si muove, modo di dire dialettale per descrivere le figure “mobili” della sacra rappresentazione scenografica allestita nei non pochi presepi in mostra nelle chiese e nei musei di Partenope.

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Da San Martino a Santa Chiara, passando per la basilica dello Spirito Santo di via Toledo fino ad approdare nella chiesa di San Lorenzo Maggiore: una sorta di palcoscenico in cui i pastori presentano tutti un’anima in fil di ferro che li rende snodabili, braccia e gambe in legno e teste di terracotta. Particolari, questi, introdotti a Napoli dall’artista Michele Perrone cui si deve, nel corso del XVII secolo, l’invenzione dei primi pastori a snodo. Un’innovazione importantissima, in quanto consentendo estrema duttilità di atteggiamenti a ciascuna delle figure modellate, si riusciva a conferire veridicità e naturalezza a tutta la scena.

Questo raro tipo di “raffigurazione liturgica”, particolarmente in voga nella Napoli di tre secoli fa, ritraeva i pastori praticamente dal vivo, quasi fossero personaggi che inscenavano, figurativamente, vere e proprie commedie con tanto di canovaccio da interpretare.
Una di queste “messinscene”, solo per citare la più famosa, era ispirata alla storia di Carmeniella, la panettiera insidiata dalle avances di un fornaio napoletano. Un “aneddoto popolare” riportato anche in una lettera di Luigi Vanvitelli, che nel 1766 così scriveva al fratello Urbano: “Il fornaio ordinava il pane alla zì Carmeniella, che veniva alla finestra, e quando questa, secondo il costume, portava il pane al forno, il fornaio gli faceva delle magnifiche impertinenze”. Ebbene la figura di questa donna, o meglio, il pastore che la rappresentava, con tanto di banchetto ripieno di pagnotte, non mancava quasi mai dalle scene del presepe settecentesco, spiccando tra i vari interpreti della “commedia dell’arte” made in Partenope.

“La tradizione del presepe a Napoli”
Basilica dello Spirito Santo, via Toledo 40, Napoli
Museo Nazionale di San Martino, Largo S. Martino 5,  Napoli
Basilica di San Lorenzo Maggiore, Via Tribunali 316, Napoli
Complesso monumentale  di Santa Chiara, Via S. Chiara 49, Napoli