Venerdì 17: non è vero, ma ci credo. E ti regalo un portabene

14 ottobre, 2014 alle 13:09
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Venerdì 17 luglio. Peggio che andar di notte, direbbero i benpensanti! Un cocktail micidiale per appassionati di cabala e superstiziosi. Il giorno, per antonomasia, in cui “non si viene e non si parte” associato al più disgraziato e derelitto dei numeri. Venerdì 17, appunto. Ma niente paura. A Napoli, dove tutto si trasforma in liturgia pur di allontanare la “scalogna”, esiste da tempo l’antidoto giusto per affrontare e sconfiggere la jella: il classico “curniciello”, emblema stessa della tradizione “made in Partenope” dei portabene. Che sia sulle bancarelle dei pastori, in via San Gregorio Armeno, o nelle più eleganti vetrine della Napoli del lusso, che sia sotto forma di ciondolo, orecchini o pendenti, il corno svetta da secoli in riva al Golfo con la sua inconfondibile silouette, il colore acceso della porpora e la coroncina color oro che ne addobba la sommità. Rosso, come il colore della vittoria in battaglia. Fatto a mano perché solo dal contatto umano scaturiscono quei poteri benefici che gli vengono attribuiti. Secondo la tradizione, il più famoso dei talismani avrebbe origini antichissime. Sembra, infatti, che addirittura già i greci lo utilizzassero come simbolo di fertilità e potenza, ritenendolo in grado di allontanare gli influssi del maligno. Autentico simbolo dell’artigianato partenopeo, da sempre sinonimo di fortuna, per funzionare e scacciare il malocchio il “piccolo corno” deve essere solo e soltanto oggetto di regalo. E ancora, sempre a voler dar retta alla tradizione, per diventare efficace, deve essere rigido, cavo all’interno, a forma sinusoidale e a punta. Preferibilmente fatto di corallo, anche se non mancano quelli interamente d’argento, perché nella mentalità popolare, il corallo è ritenuto una pietra preziosa che ha il potere di scongiurare il malaugurio e proteggere le donne incinte. Ed è con questo materiale, pescato sui fondali del Mediterraneo, che le botteghe dei maestri corallai del Vesuviano hanno saputo forgiare, nel corso dei secoli, altri piccoli ciondoli a forma di Ippocampo e rametti rossi lucidati. Portati al collo, a mo’ di pendenti, magari, perché no, associati proprio al corno, oltre a impreziosire chi ne fa sfoggio, possono servire a strizzare l’occhio alla fortuna. E non è finita qui. Sì, perché la liturgia tutta napoletana contro la sfortuna ha dato vita, in riva a Golfo, a tanti altri manufatti dalle forme particolari. Oggetti unici, spesso custoditi in gran segreto e “grattati” al momento giusto per tenere lontani i guai. Capolavori del genio artistico che hanno fatto la fortuna di intere generazioni di orafi e artigiani. Come il gobbo. Spesso è un tutt’uno con il corno, di cui va a costituire la parte superiore: quella col bordino laccato in oro. Si tratta di una “credenza” vesuviana che ritiene la particolare conformazione della schiena di alcune persone  portatrice di fortuna. La gobba dello “scartellato” va toccata. Perché lo scartellato, cui viene riconosciuto anche un posto nella cabala (il numero 57), è indice di buon augurio, ricchezza e prosperità. Ed è visto come l’antagonista per antonomasia dello “iettatore. E allora cosa c’è di meglio di un bell’amuleto che ne riproduca la sagoma? Dal corallo passiamo al ferro. Cambia il materiale, non cambia il fine. Il ferro di cavallo, infatti, è tra i portabene più antichi e famosi utilizzati a Napoli. Tante le ipotesi sulla nascita di questo particolare talismano che spesso trova particolari varianti nell’utilizzo della terracotta dipinta o dell’argento al posto del rude metallo. Sembra che la sua origine sia legata addirittura alle marce faticose dei legionari. Rubare o ritrovare ferri perduti dai destrieri degli ufficiali, in quegli anni, era una sorta di gioco tra i soldati romani: chi ne trovava di più vinceva. Duemila anni dopo stringere tra le mani un ferro di cavallo, oppure portarne uno, in miniatura, al collo, è diventato un rimedio efficace per ingraziarsi la dea bendata. Identico discorso vale per le forbici, un altro dei portafortuna domestici tipicamente partenopei. E di cui pure esistono manufatti in argento frutto dell’artigianato partenopeo. Secondo la tradizione, “tagliano” i guai solo se le forbici vengono tenute appese al muro, oppure portate al polso o al collo come un ciondolo. Altro portabene tipico partenopeo è lo “Sciò Sciò”, statuetta presepiale in terracotta a metà strada tra il gobbo e il “munaciello”, che raffigura lo spirito del “vecchio bambino”. E poi c’è la cornucopia, detta anche corno dell’abbondanza, simbolo mitologico di cibo e ricchezza. Ha le forme di un corno stracolmo di fiori e frutta. Lavorata in argento, spesso la cornucopia finisce come addobbo su tavole e scrivanie, ma non mancano esempi di piccole cornucopie trasformate in gioielli prêt-à-porter per braccialetti e girocollo. Così come nel caso del “munaciello”, probabilmente il più famoso degli spiriti partenopei. Tanto amato, e al tempo stesso temuto, nei vicoli del Centro Storico dove si favoleggia di apparizioni improvvise di questi “piccoli folletti dispettosi”, ora dispensatori di ricchezza, ora di miserie. Riprodotto in forma di amuleto d’argento, impresso in ciondoli o medaglioni, il “munaciello” va tenuto a stretto contatto con la pelle. E sfregato con cura quando le cose non vanno come si deve. Tra i portabene più in voga a Napoli, nel corso degli ultimi anni hanno attecchito anche oggetti decisamente particolari, ma inizialmente estranei alla cultura partenopea. Si tratta di importazioni da altri paesi come il fallo taurino, sorta di pinnacolo d’argento attorcigliato che nelle forme richiama un po’ il cornicello, ma anche l’organo genitale del toro. Questo particolare amuleto è ritenuto lo “scudo ideale” contro ogni malefico influsso. E ancora: gufi, quadrifogli, tartarughine e coccinelle, molti dei quali di origine nord europea e orientale. Altri portafortuna cari alla tradizione sono gli elefantini: plasmati in vetro, ceramica, argento e un tempo anche in avorio, i possenti mammiferi vengono riprodotti come addobbi per credenze, scrivanie e tavoli. Modellati con la proboscide rivolta verso l’alto, vanno messi contro la finestra. Solo così, infatti, possono tenere lontani gli influssi cattivi. E per concludere, il caratteristico piccolo water in ceramica, portabene per eccellenza. Costruito con il coperchio sollevato, sfrutta la credenza secondo cui le feci portano fortuna. La tazza è una sorta di una calamita per la buona sorte. Ma anche un richiamo all’eguaglianza sociale delle classi. E, così come da sempre, con tutti questi amuleti Napoli e i napoletani, tradizionalmente scaramantici, tentano di scacciare il malocchio e accaparrarsi un po’ di fortuna. E anche se non è vero, c’è chi ci crede.

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